In collaborazione con Serenis
Esiste un paradosso silenzioso che attraversa la salute mentale contemporanea. I disturbi del comportamento alimentare (DCA) presentano tassi di mortalità tra i più alti nell’ambito delle patologie psichiche, eppure la stragrande maggioranza di chi ne soffre rimane nell’ombra. I dati indicano che meno di un terzo delle persone affette decide di cercare aiuto professionale. Questo scenario non è frutto di una distrazione momentanea, ma rappresenta una costante statistica: nell’arco di oltre un decennio, la propensione a rivolgersi a un esperto è migliorata appena dell’8%.
Questo immobilismo non nasce da una mancanza di volontà individuale o da una semplice disattenzione dei familiari. Il ritardo nel trattamento è il risultato di un ingranaggio complesso dove si intrecciano lo stigma sociale, una conoscenza superficiale delle patologie e barriere strutturali che rendono il sistema sanitario difficilmente accessibile. Chi soffre non sta scegliendo il silenzio; sta navigando in un sistema che spesso non possiede le bussole adatte per intercettare la sua richiesta.
Per superare queste barriere, è cruciale garantire la diffusione di centri per i DCA accessibili in tutto il territorio nazionale.
Per comprendere questa frattura, è necessario esplorare tre direttrici fondamentali: il peso della vergogna che blocca la parola, i tempi lunghi di una diagnosi che arriva spesso quando il disturbo è già cronico e una formazione clinica che necessita di un aggiornamento profondo per riconoscere le forme meno “visibili” del disagio.
Il muro della vergogna: perché chiedere aiuto sembra impossibile
La vergogna agisce come un potente inibitore psicologico, creando una barriera invisibile tra la sofferenza e la cura. Molte persone che convivono con un DCA non si sentono “abbastanza malate” per occupare il posto di un paziente. Questo meccanismo di auto-stigma nasce spesso dal confronto con un’immagine stereotipata del disturbo, quasi sempre identificata con il corpo emaciato dell’anoressia nervosa. Se il proprio corpo non riflette quel grado di sofferenza visibile, il paziente tende a minimizzare il proprio dolore, temendo di essere giudicato o non compreso.
La paura del giudizio esterno alimenta il senso di colpa, trasformando una patologia medica in un segreto da custodire. È in questo solco che si inserisce il dato sulla stagnazione delle cure: se in oltre dieci anni la quota di chi chiede aiuto è cresciuta solo dell’8%, significa che le nostre campagne di sensibilizzazione non hanno ancora scalfito il nucleo profondo del pregiudizio. Il silenzio non è un’assenza di sintomi, ma la conseguenza di una cultura che ancora fatica a legittimare il dolore mentale quando questo non è immediatamente manifesto.
“Non mi sento abbastanza malata per chiedere aiuto”
Questa percezione di inadeguatezza colpisce con forza chi soffre di bulimia o di Binge Eating Disorder (BED). Poiché queste condizioni si manifestano frequentemente in corpi normopeso o sovrappeso, la persona non si riconosce nella narrazione pubblica dei DCA. Si parla spesso di “malattia invisibile”: il disturbo esiste, altera i ritmi biologici e devasta la vita sociale, ma non possiede un’estetica che attivi l’allarme immediato della società. Questo ritardo nella percezione di sé come persona bisognosa di cure è il primo passo verso una cronicizzazione pericolosa.
Il ritardo di 5 anni che può costare la vita
Immaginate un periodo di cinque anni in cui una patologia cresce, si radica e altera silenziosamente ogni aspetto della quotidianità. È questo il tempo medio che intercorre tra l’esordio del disturbo e l’inizio di un trattamento per chi soffre di BED o bulimia: esattamente 5,28 anni. Si tratta di un intervallo significativamente più lungo rispetto a quello registrato per l’anoressia nervosa, dove la visibilità dei sintomi accelera spesso l’intervento esterno.
Il motivo di questa latenza è strutturale. Poiché la bulimia e il BED non corrispondono all’immagine tradizionale del DCA, i segnali vengono spesso confusi con semplici “problemi di forza di volontà” o cattive abitudini alimentari. Questo accade non solo nella mente di chi soffre, ma anche nello sguardo degli amici, dei familiari e, talvolta, degli operatori sanitari. Le conseguenze di questo lustro di silenzio sono concrete: i danni fisici si accumulano, il deterioramento psicologico si aggrava e le comorbilità, come l’ansia e la depressione, trovano terreno fertile per svilupparsi.
Perché la bulimia e il BED restano invisibili più a lungo
L’anoressia possiede un codice visivo che, pur con tutti i rischi di una rappresentazione talvolta tossica, facilita l’identificazione precoce. Al contrario, la bulimia e il BED si consumano spesso in una normalità apparente. Non è colpa dei familiari se non si accorgono del problema; è il sistema formativo e informativo che non fornisce gli strumenti per leggere oltre la superficie. Senza una cultura che spieghi come il rapporto con il cibo possa essere disfunzionale a prescindere dal peso sulla bilancia, milioni di persone continueranno a restare fuori dai radar della medicina.
I medici di base e la formazione sui DCA: un problema di sistema
Anche quando una persona trova il coraggio di superare la vergogna e rivolgersi a un professionista, la risposta non è sempre immediata. Esiste una lacuna sistemica nella formazione clinica riguardante i disturbi alimentari meno noti. Un dato indicativo proviene da uno studio condotto su un gruppo di psichiatri turchi: sebbene l’84,5% avesse sentito parlare di ortoressia, solo il 13% valutava la propria preparazione sul tema come “buona” (Akbas et al., 2025).
Questo gap formativo non rappresenta un attacco alla categoria medica, ma evidenzia la necessità di aggiornare i protocolli di diagnosi. Quando un medico di medicina generale non è formato per riconoscere i segnali sottili di un BED o di un disturbo come l’ARFID (disturbo da evitamento/restrizione dell’assunzione di cibo), il rischio di inviare il paziente verso percorsi errati è altissimo. La diagnosi mancata non è solo un’occasione persa, ma un messaggio implicito che conferma al paziente la sua convinzione iniziale: “forse non sto male davvero”.
Cosa può cambiare: formazione, screening, normalizzazione
La soluzione richiede un intervento su più livelli. In primo luogo, è necessaria una formazione capillare per i medici di base, affinché possano agire come primo filtro consapevole. In secondo luogo, l’adozione di strumenti di screening standardizzati durante le visite di routine potrebbe intercettare il disagio prima che diventi cronico. Infine, serve una normalizzazione del dibattito pubblico che ampli l’immagine dei DCA, includendo ogni tipologia di corpo e di comportamento alimentare disfunzionale.
Cosa possiamo fare — come individui e come sistema
Come società, possiamo iniziare cambiando il modo in cui parliamo di cibo e corpo. Se conosciamo qualcuno che mostra segnali di disagio, l’approccio deve essere privo di giudizio, puntando sull’ascolto e sull’accoglienza della sofferenza, piuttosto che sulla critica del comportamento alimentare. Se invece siamo noi a nutrire un sospetto su noi stessi, è fondamentale ricordare che non serve “essere gravi” per avere diritto alla salute.
Esistono oggi percorsi specializzati che possono interrompere il ciclo del silenzio. Ad esempio, Serenis offre un percorso dedicato ai disturbi del comportamento alimentare, con psicoterapeuti e nutrizionisti specializzati. Riconoscere il problema è l’atto di coraggio più grande, ed è l’unico modo per non permettere allo stigma di sottrarre altri anni alla vita.






