La conoscenza umana sull’intelligenza animale si fonda sulle teorie di Darwin, cercando l’equilibrio tra un antropomorfismo che valorizza le somiglianze tra comportamenti umani ed animali, costruiti in una lunga storia comune, e un antropodiniego che valorizza piuttosto la separazione evolutiva tra le specie e nega ogni possibile somiglianza cognitiva. Studi sul campo, insieme a raffinati esperimenti di laboratorio, permettono di elaborare interessanti teorie sulla mente di diverse specie animali, ancora tutte da verificare. David Baracchi, zoologo ed etologo all’Università di Firenze, analizza le teorie che emergono da una varietà di osservazioni, considerandone tutte le problematicità, in un percorso che può aiutare a capire meglio anche noi stessi.

Addestrare gli animali
L’addestramento di corvi, insetti, molluschi e primati permette di sviluppare ipotesi diverse; l’ecologia e l’etologia offrono interessanti interpretazioni sulle strutture di conoscenza di vertebrati e invertebrati che abbiamo visto soltanto nei documentari televisivi. Gli studi riportati da Baracchi permettono così di interpretare le attività di organismi sociali come le api, per la cui sopravvivenza firmiamo petizioni ignorandone tuttavia i modi di vivere.
Studi ed esperimenti si propongono innanzitutto di indagare se gli animali abbiano una mente che noi possiamo comprendere o, almeno, provare a definire; ma le divergenze tra le opinioni dei vari gruppi di ricerca sono notevoli. Le osservazioni di Darwin in “L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali” portano l’attenzione sui comportamenti di collera, paura, affetto e altri stati d’animo manifestati da specie considerate inferiori, ma anche dalla specie umana vissuta un tempo in condizioni vicine alla bestialità. D’altra parte, come sosteneva lo psicologo animale Conwy Lloyd Morgan, si possono osservare oggi in laboratorio comportamenti che sembrano intelligenti, ma non è detto che lo siano davvero. E il filosofo Daniel Dennett a sua volta postulava che funzioni cognitive considerate superiori potrebbero dipendere da semplici comportamenti associativi.
Innato o acquisito
Le ricerche sperimentali sul comportamento tentano di distinguere l’innato dall’acquisito, la predisposizione istintiva dall’esperienza e dall’apprendimento; controllano la sensibilità agli stimoli che attivano processi di riconoscimento, tentano di separare la percezione chimica dalle risposte geneticamente condizionate. Con questi obiettivi si è studiato come, in diverse specie, stimoli meccanici, forme o colori definiti predispongono l’animale a rispondervi in maniera stereotipata. La macchia rossa sulla punta di un becco, un ventre colorato di una sagoma di pesce, un oggetto a forma di uovo attivano automaticamente negli animali sensibili reazioni istintive e specifiche sequenze comportamentali.
Gli esperimenti vengono progettati in laboratorio adeguandoli alle singole specie, alle loro capacità di movimento, al loro abituale ambiente di vita. Ciò che è ecologicamente importante per una specie può non esserlo per un’altra; spazi ed esigenze devono essere attentamente calibrati e i risultati sono sempre problematicamente indicativi, dato che interpretazioni diverse, più o meno complesse, sono sempre possibili.
Le specializzazioni sensoriali variano da specie a specie e riguardano differenze percettive nella qualità della luce, nei campi elettrici e magnetici a cui, per esempio, noi siamo insensibili. Nelle diverse specie sono infatti diversi i recettori sensoriali, per esempio gli occhi, e sono diverse le strutture cerebrali, le connessioni tra le strutture nervose, le elaborazioni di codifica e decodifica dei segnali. Da queste differenze hanno origine interpretazioni diverse caratterizzate dal modo in cui gli stimoli raccolti dalle diverse modalità sensoriali vengono filtrati, elaborati e integrati nelle strutture nervose.
La memoria negli animali
Sono anche molto interessanti gli studi sulla memoria, e Baracchi racconta esperienze ed esperimenti che esplorano le capacità animali di apprendere e ricordare stimoli positivi e negativi. Così, alla base del mimetismo aposematico ci sono complesse relazioni evolutive che hanno portato alla selezione sia di prede che espongono colori attraenti per segnalare il loro cattivo sapore, sia di predatori che imparano a ricordare ed evitare le cattive esperienze fatte. Anche i molluschi marini Aplysia studiati da Eric Kandel (Nobel per la Medicina nel 2000) apprendono e ricordano rispondendo a stimoli sperimentali appropriati.
Altri esperimenti esplorano le capacità di riconoscere somiglianze e differenze, cioè di raggruppare e categorizzare gli oggetti secondo i criteri dell’addestramento. Molte prove dimostrano come alcune specie imparino ad interagire con il mondo fisico per sopravvivere a nuovi ambienti e a nuove modalità di ricerca di cibo; altre sanno trovare per tentativi ed errori un comportamento adatto alle situazioni in cui vengono introdotti, rispondendo all’addestramento e dimostrando capacità di apprendimento e di scelta.
Confrontare api e polpi
Ma è difficile fare delle generalizzazioni confrontando il comportamento di un polpo con quello di un’ape o con quello di un corvo. Bisogna interpretare indizi: riuscire a superare le difficoltà imposte dall’esperimento dimostra veramente un’attività mentale stabile, un’intelligenza negli animali testati? Secondo alcuni autori, possedere una teoria della mente significa essere in grado di attribuire ad altri stati mentali con un livello di intenzionalità, cioè pensare che l’altro stia pensando qualcosa. A partire da queste definizioni, lo psicologo americano David Premack ed altri ipotizzavano che, per esempio, gli scimpanzé potessero comprendere gli stati mentali di altri individui. Sono stati fatti esperimenti in cui ad alcuni scimpanzé è stato chiesto di comprendere le intenzioni che determinavano il comportamento di un conspecifico; ma la generalizzazione di queste capacità a non-primati è piuttosto complessa.
Un approccio multidisciplinare
Ci si domanda anche se la teoria della mente debba essere specie-specifica: uno scimpanzé può forse capire le ragioni che guidano le azioni di un altro scimpanzé, ma potrebbe capire un moscerino o un polpo? E noi, che abbiamo una mente (pare), chi possiamo capire? Possiamo lasciare da parte l’antropocentrismo che ci porta a guardare e interpretare tutto con un cervello e una percezione da umano? L’interesse di questo libro sta proprio in domande di questo tipo, ancora senza risposta, e Baracchi ci spinge con delicatezza ad attraversare problematicamente i confini di tante discipline alla ricerca di qualche risposta. Ecologia, etologia, antropologia, biologia, neuroscienze, filosofia, possono dare il loro contributo a costruire almeno un’impalcatura sensata a sostegno di una molteplicità di domande in cerca di risposta. In conclusione, Baracchi afferma che in questo libro non si trova una definizione definitiva su cosa sia la mente. L’invito è proprio quello di proseguire la ricerca, accettando la natura plurale e dinamica della capacità di pensare, imparando a riconoscere le diverse forme di mente, modellate dall’evoluzione, dalle condizioni ambientali e, soprattutto, dal tessuto di relazioni che legano i modi di vivere delle diverse specie, insieme alla nostra su questa terra.
Foto di Rob Schreckhise su Unsplash





