Michela Nacci
Pensare la tecnica. Un secolo di incomprensioni
Laterza, Roma-Bari 2000
pp. 360, £ 48.000
La tecnica unisce o allontana filosofi e sociologi, a prescindere dalle loro posizioni politiche e dal contesto storico-culturale che caratterizza la loro opera. Capire e sottolineare come questo avvenga è l’intenzione principale di Pensare la tecnica, un testo che raccoglie in modo organico le riflessioni che l’autrice ha maturato nel corso di almeno cinque anni. Il libro quindi si colloca al limite tra un’introduzione alla riflessione sulla tecnica nella cultura del Novecento e un’interpretazione critica del fenomeno-tecnica. L’autrice analizza in modo articolato le riflessioni più significative sulla tecnica allo scopo di evidenziarne i limiti che, spesso e volentieri, emergono proprio dal confronto tra i diversi pensatori presi in esame. La Nacci muove la sua critica dal presupposto che proprio il tema della tecnica, per sua natura, è in grado di scardinare i legami teorici, politici e storici più ovvi e pacifici.
Il sottotitolo del libro recita: “un secolo di incomprensioni”. Il presupposto forte della Nacci è infatti che il pensiero e la tecnica, che tanto si sono cercati durante il secolo scorso, abbiano sostanzialmente mancato il loro appuntamento. L’autrice attribuisce evidentemente la responsabilità di questo mancato incontro al ritardo del pensiero. Più esattamente: l’incontro c’è stato, ma una serie di fraintendimenti e incomprensioni ha lasciato l’intimità della tecnica praticamente sconosciuta. La difficoltà del pensiero è riassumibile in un problema di approccio.
Come la stessa autrice sintetizza nella Conclusione, è possibile distinguere due differenti approcci del pensiero del Novecento rispetto alla tecnica: il primo concepisce la tecnica come un mezzo trasparente e malleabile agli scopi del pensiero e della politica; il secondo, invece, intende la tecnica come una materia oscura e misteriosa, un mezzo che la politica utilizza per nascondere alla società il segreto del proprio potere. In entrambe le accezioni, la tecnica è considerata alla stregua di un mezzo che passivamente si adatta alle intenzioni della politica e della filosofia.
La Nacci conclude affermando che una concezione della tecnica veramente attuale non deve riappacificare questa contraddizione tra autonomia e strumentalità della tecnologia, ma deve mantenerla realmente viva. Il segreto della tecnica non deve significare il nascondimento delle sue reali potenzialità, piuttosto mantenere il segreto significa porre un limite a un suo totale e completamente indiscriminato utilizzo. La necessità del legame tra tecnica e democrazia, descritto dall’autrice nel bene e nel male, ci porta a chiarire quest’aspetto del problema-tecnica nei termini in cui Roberto Esposito ha analizzato il problema-democrazia: la democrazia, infatti, non è l’opposto del totalitarismo, bensì il totalitarismo è il compimento della democrazia se questa perde il suo segreto, il margine per cui la democrazia deve essere intrinsecamente storica, mai totalmente e definitivamente realizzata [R. Esposito, Nove pensieri sulla politica, il Mulino, Bologna 1993].





