“Che esagerazione! Non ti sei fatto niente”. Così alcune madri, quelle meno ansiose, potrebbero minimizzare le lamentele di un figlio afflitto dai dolori di un qualche incidente. Eppure liquidare in questo modo le sofferenze di una persona non è corretto. E non solo per una questione di delicatezza. Recenti studi del Wake Forest University Baptist Medical Center hanno infatti dimostrato che la percezione del dolore varia per motivi oggettivi da persona a persona. Le immagini della risonanza magnetica hanno fotografato le reazioni dei 17 volontari (otto uomini e nove donne) sottoposti a una scottatura sulla gamba di 120° Fahrenheit.
I più sensibili al dolore, con un punteggio pari a 9 su una scala da 0 a 10, hanno riportato un considerevole aumento dell’attività nelle aree cerebrali coinvolte nella percezione del dolore, come la corteccia somatoestesica e il giro del cingolo. Non è stata notata invece alcuna variazione a livello del talamo, responsabile della trasmissione dei segnali dolorosi dal midollo spinale alla corteccia cerebrale. Il che dimostrerebbe il ruolo esclusivo del cervello.
“Finora non vi era alcuna prova scientifica che la sensibilità al dolore variasse effettivamente da un individuo a un altro. Ora sappiamo che, oltre a fattori psicologici, intervengono oggettivi mutamenti fisiologici”, dice Robert Coghill responsabile della ricerca i cui risultati si trovano sull’edizione on line dei Proceedings of the National Academy of Science. D’ora in poi, quindi, alla presunta universalistica affermazione “non fa male”, va concesso, per lo meno, il beneficio del dubbio. (g.d.o.)





