Avere la sventura di imbattersi in un piatto di pescespada o di crostacei contaminato da mercurio potrebbe non avere conseguenze così dannose per il nostro organismo come molti ritengono. Uno studio della Università di Stanford in California, appena pubblicato dalla rivista Science, potrebbe infatti ridimensionare (pur con le dovute cautele) la nocività del mercurio presente all’interno dei pesci e derivante da inquinamento dell’aria prodotto da centrali che utilizzano carbon fossile o da inceneritori di rifiuti contenenti la sostanza tossica. Impiegando le più recenti tecnologie spettroscopiche, i ricercatori hanno scoperto che il mercurio rinvenuto negli animali può presentarsi in una forma potenzialmente meno nociva (un cisteinato di metilmercurio) di quella sulla quale vengono invece costruiti gli attuali modelli di tossicità. Questi ultimi si basano infatti sul pericoloso solfuro di metilmercurio, sostanza insolubile in acqua e quindi in grado di penetrare attraverso le membrane cellulari, provocando disturbi gravissimi sul sistema nervoso. Sarebbe allora interessante, una volta noto il tipo di mercurio ingerito, capire come esso si lega ai tessuti dei mammiferi per poi produrre un farmaco in grado di rimuoverlo. È quanto si propongono di fare in futuro gli autori dell’articolo con l’aiuto della spettroscopia a raggi X. (m.cap.)





