Una stazione digitale per ognuno degli ottomila Comuni del nostro paese. Un punto d’incontro aperto a tutti i cittadini, che serva a favorire l’alfabetizzazione informatica e a dare slancio alle possibilità di lavoro attorno alla comunicazione in Rete. E’ questa la proposta che l’associazione “Piazze telematiche per lo sviluppo e l’occupazione” lancerà l’8 ottobre durante un convegno trasmesso in videoconferenza da Roma, Francoforte, Firenze, Milano, Cosenza ed Oasi di Troina.
L’idea di base è di installare le stazioni telematiche in edifici pubblici abbandonati – come scuole, ex sale comunali e musei – oppure in aziende private dismesse o da rilanciare. Non serve dunque costruire nuovi spazi, ma soltanto individuare i più adeguati, e ristrutturarli. Gli organizzatori del convegno non si nascondono, ovviamente, quelle che potrebbero essere le difficoltà burocratiche del progetto: non sarà facile ottenere concessioni o prendere in gestione palazzi abbandonati. Ma quella del “riciclaggio” degli edifici pubblici è pur sempre una scorciatoia per offrire nel più breve tempo possibile e a costi limitati un servizio pubblico di formazione digitale permanente. Così anche i cittadini più distanti dalle nuove tecnologie dell’informazione avranno la possibilità di toccare con mano (probabilmente gratis o a costi simbolici) una tastiera, un mouse e navigare su Internet.
L’obiettivo, se realizzato, centrerebbe in pieno anche gli orientamenti indicati dall’Unione Europea, che si augura la trasformazione del tessuto urbano verso la realizzazione di servizi adeguati allo sviluppo tecnologico. Resta però da produrre un grande sforzo tecnologico. Al momento, infatti, solo le grandi città e alcune località di particolare interesse possono avvalersi di un cablaggio pronto per essere collegato ad una Rete civica pubblica.
Ancora più complesso il versante dei finanziamenti. Quello economico è infatti il nodo più difficile da sciogliere. Dall’associazione assicurano, però, che alcuni partnership, sia a carattere pubblico che privato, sarebbero pronti a sostenere il progetto. Come? Tramite convenzioni sottoscritte tra enti locali e gestori dei servizi digitali. Tutti “attori” che avrebbero un buon motivo per partecipare all’iniziativa. Le istituzioni, innanzitutto, perché promuoverebbero il sapere informatico e nello stesso tempo potrebbero collegare a livello multimediale le più grandi piazze del paese e quindi la maggioranza dei cittadini (l’85 per cento degli europei vive in un ambiente urbano). I privati, perché realizzerebbero a costi irrisori (per forniture telematiche, computer e software) una campagna pubblicitaria ad ampio raggio, che per la prima volta andrebbe a interessare anche tutte quelle fasce sociali sinora escluse dall’informazione sotto forma di bit.
E infatti costruire una piattaforma digitale nazionale, come spiega Domenico Campana, direttore responsabile del giornale Piazze Telematiche “significa proprio questo: scongiurare il sempre più serio pericolo delle disuguaglianze di accesso alla telematica. Altro che Internet come canale di accesso democratico, qui stiamo rischiando di escludere le masse dal sapere digitale. E come all’inizio del Novecento le scuole comunali prepararono la società contadina a leggere e a scrivere, ora allo stesso modo le piazze potrebbero fungere da scuola per le persone più avanti con l’età che mai e poi mai tornerebbero su un banco”.
Le stazioni digitali dislocate in tutti i Comuni d’Italia giocherebbero, infatti, anche un altro importante ruolo. Quello della socializzazione collettiva. “La piazza telematica – continua Campana – deve essere intesa non solo come luogo di comunicazione virtuale, ma anche come possibilità di scambio interpersonale. Il rapporto diretto instaurato tra chi si incontra nella piazza, permetterebbe di superare anche quel senso di solitudine e quel bisogno di comunicare a quattr’occhi già avvertito da chi pratica il telelavoro (LINK: www.mclink.it/telelavoro). Stando al centro del paese, il navigatore è infatti contemporaneamente impegnato sia in ambito globale che locale, realizzando in pieno quella che con un brutto neologismo viene definita la “glocalità”: ci si affaccerà al mondo senza però dimenticare che tutto parte dal proprio ambiente privato”.
Questi sono insomma i buoni propositi delle Piazze Telematiche. Ma i precedenti non sono entusiasmanti. Sino ad oggi si contano soltanto due centri civici in Rete gestiti da privati e a disposizione della cittadinanza. Il primo è a Napoli, allestito grazie ad un sostanzioso contributo di 9 miliardi della Comunità europea. Il secondo a Colleferro, uno dei più fervidi centri industriali del Lazio, dove il Comune ha stanziato 250 milioni per ristrutturare una ex scuola ormai in disuso. Esiste poi un progetto analogo nel cosentino, in Calabria, dove si vuole dare vita ad un patto territoriale tra l’ambiente agricolo e quello agroalimentare. I tutti e tre i casi la piazza nasce come supporto al mondo del lavoro locale, ma la possibilità di consultare banche dati, informazioni e notizie si allarga a chiunque ne avverte l’esigenza.
Si tratta, tuttavia, di esperienze limitate che non bastano a testare la valenza del progetto su scala nazionale. “Finché nel nostro paese lo Stato continuerà ad investire sulla rottamazione delle automobili – spiega polemicamente Giuseppe Silvi, presidente dell’associazione promotrice del progetto – non potremo mai pensare di essere considerato un paese moderno sul piano dell’innovazione e della ricerca. La realtà è che le tecnologie ci sono, esistono, sono già pronte. Basterebbe solo uno sforzo maggiore per organizzarle. Ma c’è questa volontà?”. Forse lo scopriremo durante il Convegno.
Per avere informazioni o partecipare alla videoconferenza bisogna contattare l’International Facilities Management Association spedendo un messaggio di posta elettronica all’indirizzo ifmait@tin.it oppure mandando un fax di adesione allo 02-76003919. Per prendere visione del programma basta connettersi al sito del convegno (http://www.piazzetelematiche.it/convegno98).





