Una camicetta verde su un paio di pantaloni leggeri, capelli raccolti e scarpe basse. Evelyn Fox Keller, di cui è uscito da poco “Il secolo del gene” (Garzanti, £28.000), non si siede nella platea per ascoltare i colleghi che si susseguono sul palco del teatro Novelli di Rimini. La storica della scienza, arrivata anche lei nella città romagnola per partecipare al “Fuoco nel cristallo” evento organizzato dalla fondazione Pio Manzù, preferisce passeggiare nell’atrio e osservare il via vai di studenti, poliziotti, giornalisti e semplici curiosi. Ascoltando i vari dibattiti attraverso un paio di cuffie forse un po’ troppo ingombranti. Lo sguardo è curioso, divertito, quasi canzonatorio. “Perché è stata invitata tutta questa gente – ci chiede – a che serve, a chi serve?”. In effetti è singolare che tante persone dalle competenze così diverse siano state invitate a parlare durante lo stesso evento. Nei tre giorni di Rimini decine di scienziati famosi, eminenti pensatori e importanti uomini politici sono rimasti praticamente blindati nell’area del Grand Hotel, alternandosi al microfono della fondazione Manzù, organo delle Nazioni Unite per la diffusione della ricerca scientifica e tecnologica. Come era prevedibile, un ampio spazio è stato riservato alla ricerca biomedica e alla genetica. Dalla biologia molecolare più spinta, alla genetica delle popolazioni, dal Progetto Genoma Umano al dibattito epistemiologico sulle scienze biologiche.
Professoressa Keller, nella sessione dedicata alla vita sulla Terra abbiamo sentito gli interventi di Richard Dawkins che ci ha illustrato la sua teoria del gene replicatore, quello di Niles Eldrege che ha spiegato il suo modo di vedere il processo dell’evoluzione e quello di Jean-Claude Ameisen che vede nella morte cellulare programmata (apoptosi) lo scultore in grado di dare forma alla vita. Teorie diverse che riflettono modi differenti di dare significato ai processi biologici. Quale è la sua posizione riguardo il procedere della biologia molecolare e della ricerca scientifica?
“Penso che una risposta a questa domanda potrebbe partire dal titolo che mi hanno assegnato per il talk. “La fina della purezza”. Ma cos’è la purezza? Se si guarda sul dizionario con l’aggettivo puro si indica qualcosa che non è stato mescolato, qualcosa che viene percepito così come è stato generato. Però le cose possono essere molto diverse da come noi le percepiamo, esistono altri mondi, altre realtà che spesso facciamo fatica a capire. La complessità che emerge dai risultati delle ricerche sugli organismi viventi è una di queste”.
Per esempio quali sono queste ricerche?
“Gli studi sull’espressione genica e sui meccanismi epigenetici, e il Progetto Genoma Umano. Tutte queste ricerche vanno in un’unica direzione. Che è quella di un superamento del modo classico di vedere il gene. “Un gene una proteina” recita quello che fu considerato per anni uno dei pilastri della biologia molecolare. Oggi sappiamo che da una stessa sequenza possono venire prodotte proteine differenti, che complicati meccanismi di regolazione intervengono a diversi livelli dell’espressione del Dna e che in realtà ancora non è chiaro dove comincia e finisce un gene e che cosa faccia realmente una determinata sequenza di Dna. E’ il caso di tutte le zone che servono per aumentare o disattivare la trascrizione di un gene, oppure quelle che servono per l’organizzazione della struttura tridimensionale degli acidi nucleici. La complessità deriva da qualcosa che è al di sopra dei singoli geni e del nostro Dna”.
Nel suo libro “Il secolo del gene” che è stato appena pubblicato in italiano Lei sostiene che il Progetto Genoma Umano avrebbe contribuito a “minare” le basi del pensiero riduzionista…
“Al suo esordio il Progetto Genoma si è nutrito dei principi del riduzionismo biologico, il pensiero secondo il quale è possibile associare un gene a qualsiasi caratteristica o comportamento di un essere vivente. Ora invece possiamo sostenere che invece di rafforzare il concetto di determinismo genetico che tanto ha colpito l’immaginazione del grande pubblico, lo ha rimesso in discussione. Non si sa nemmeno quanti sono i geni umani, le stime cambiano di mese in mese…”.
Da quello che abbiamo sentito in questi giorni sembra che molti biologi all’interno della comunità scientifica stiano abbandonando il riduzionismo…
“Non tutti. L’epistemologia sta cambiando il pensiero scientifico all’interno dei laboratori, ma i concetti che vengono proposti al grande pubblico sono sempre gli stessi. Spesso si dice che è stato scoperto il gene dell’omosessualità, dell’alcoolismo, dell’Alzheimer… Ma queste sono storie fantastiche e i biologi molecolari e genetisti sanno perfettamente che non sono vere. Ecco perché ho scritto “il secolo del gene”, per aiutare gli scienziati a far capire a tutti la complessità dei meccanismi biologici e le difficoltà che incontra la ricerca nello studio degli organismi viventi. E sapete cosa ho ottenuto? Li ho resi furiosi. Mi hanno accusato di voler fare una guerra al gene, sostenendo che la gente non può capire, la realtà è troppo complicata”.
Cioè al grande pubblico è meglio raccontare una favola?
“Sembrerebbe proprio così. Ma semplificare le cose è anche funzionale all’economia su cui si basa la ricerca scientifica. E’ molto più facile chiedere e ottenere fondi propagando gli incredibili risvolti terapeutici di una determinata ricerca piuttosto che affrontare il discorso in maniera scettica. Insomma è un modo per trovare sostegno e fare soldi. Forse anche per la ricerca scientifica si può parlare di fine della purezza…”.





