Eldorado per tanti italiani e spagnoli che vi emigrarono all’inizio del Novecento, l’Argentina si affaccia al XXI secolo come una Nazione giunta allo stremo. Circa 37 milioni di abitanti, di cui almeno 15 sotto la soglia di povertà. Un debito estero pari a 230 miliardi di euro, un ceto medio affamato che assalta forni e supermercati. Una rivoluzione in corso che, a suon di pentole e casseruole, contesta il taglio della spesa sociale e la decisione governativa di congelare i prelievi bancari. Un provvedimento che ha visto, per la prima volta nella storia dell’Argentina, la Corte Suprema opporsi al governo. Abbiamo parlato di questa situazione con Giancarlo Pasquini, dell’Istituto per le relazioni tra l’Italia e i Paesi dell’Africa, dell’America Latina e del Medioriente.
Dottor Pasquini, dove affondano le radici di questa crisi economica?
“Nel piano di convertibilità, varato nel 1991, per equiparare il peso al dollaro. Una misura resa necessaria allo scopo di frenare l’inflazione e di stabilizzare l’economia del Paese, privatizzando, attirando capitali stranieri e utilizzando prestiti dall’estero. Un provvedimento che è diventato, però, una vera e propria palla al piede, togliendo qualsiasi competitività alle aziende argentine. Il boom economico degli Usa giunto nella seconda metà degli anni Novanta ha provocato un rialzo del peso mentre le monete degli altri Paesi sudamericani venivano svalutate. Le esportazioni sono quindi crollate e il costo del lavoro è diventato talmente alto da rendere più conveniente comprare altrove”.
Perché allora insistere per 11 anni con una politica monetaria, per molti aspetti, irrazionale?
“Si temeva fortemente il ritorno di un’inflazione altissima, che avrebbe comportato svalutazioni a catena. Inoltre, sarebbe stato necessario modificare una legge approvata dal Parlamento e nessuno ne ha avuto il coraggio. Anche perché molti avevano realizzato i loro investimenti grazie a crediti ottenuti in dollari. Abrogando o modificando la legge si sarebbe verificata una crescita esponenziale dei debiti”.
Quale la responsabilità degli Usa, della Banca mondiale e del Fondo Monetario Internazionale?
“Gli Stati Uniti e le istituzioni internazionali non hanno consigliato al momento giusto. Nel 1995, al tempo della crisi messicana, l’Argentina entrò in una recessione che durò più di un anno. Già in quel momento, il debito estero aveva reso il Paese vulnerabile agli shock esterni”.
Quale ruolo potrebbe avere l’Unione Europea nella soluzione della crisi?
“Non si tratta di un Paese che ha subìto una guerra, ma di un Paese che si sta facendo male con le proprie mani. L’Ue può fare ben poco. Le stesse classi dirigenti dell’Argentina devono eliminare i costi della corruzione e mettere in moto la ripresa produttiva”.
Quanto conta il passato storico-politico dell’Argentina, caratterizzato dalla dittatura e, anche dopo questa, dalle grandi prerogative dell’esecutivo a scapito del Parlamento e dei partiti?
“Un’altra causa della tragedia argentina sta proprio qui: in un sistema politico corrotto e falsamente democratico. Basato, a partire dagli anni Cinquanta, su un presunto tripartitismo: il peronismo (populista a seconda della convenienza e caratterizzato al suo interno dall’autoritarismo), il partito radicale (rappresentante dei ceti medi, ma privo di leader autorevoli) e quello dei militari (talmente invisi alla popolazione da non potersi presentare come reale alternativa di governo)”.
E’ possibile che tutto il Sud America paghi le conseguenze di questo tracollo?
“Il peso dell’Argentina non è così grosso nell’America meridionale. Il suo principale fornitore è il Brasile, ma gli altri Paesi non intrattengono con essa importanti rapporti commerciali. Insomma, l’Argentina non è rilevante né strategicamente né economicamente. E’ per questo che gli Usa non se ne preoccupano più di tanto”.
Si può prevedere la fine di questa crisi?
“E’ possibile che, con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale e con l’attuazione di una realistica politica economica e monetaria, se ne esca fra cinque o sei anni minimo”.





