HomeSaluteIl tatto ritrovato: le neuroscienze e l’importanza delle carezze

Il tatto ritrovato: le neuroscienze e l’importanza delle carezze

La ricerca sul tatto è rimasta indietro, storicamente, rispetto al lavoro su altri sistemi sensoriali, scrive Marta Paterlini, neurologa e giornalista scientifica che, in questo volume, offre una ricca e complessa documentazione sul senso del tatto e sul suo significato nella cultura di oggi. Solo recentemente studi approfonditi su recettori tattili, fibre nervose e attività cerebrali hanno permesso di fare luce sulla complessa sensibilità della nostra pelle, sia pe quanto riguarda il continuo rapporto con noi stessi (propriocezione) sia per il nostro rapporto col mondo esterno (esterocezione). Soltanto sfiorandoli ci accorgiamo delle caratteristiche degli oggetti, della loro consistenza, della loro temperatura, della loro piacevolezza, e continuamente controlliamo – quasi inconsciamente – la posizione del nostro corpo nello spazio, il sentirsi bene o male, il benessere o il disagio che dipendono da stimoli interni o dalla semplice vicinanza di altre persone. Non possiamo toccare senza essere toccati, e ogni contatto rappresenta un’interazione che possiamo interpretare in senso positivo o negativo.

Marta Paterlini, La pelle che pensa. Il tatto come linguaggio universale tra filosofia, neuroscienze e tabù sociali. Codice edizioni 2026, pp. 226, €22,00

L’importanza del contatto umano

Di questi tempi, abbandonarsi con piacere al contatto con altri, dare o ricevere una carezza o un abbraccio sembra sia diventato difficile, le strutture sociali ci limitano nell’interazione e spesso ci impediscono di godere di un rapporto affettuoso; persino i medici non sanno più accompagnare la sofferenza dei loro pazienti con una carezza, un contatto rassicurante, un gesto di partecipazione affettiva. Anche i bambini si sottraggono agli odiati pizzicotti o ai bacetti degli adulti eppure, da prima della nascita, il contatto fisiologico tra madre e bambino è essenziale per uno sviluppo complessivo sano e, dopo la nascita, contatti, carezze, giochi col corpo favoriscono una crescita armonica sia fisica che psicologica.

Quanto dura un abbraccio

Le neuroscienze indagano sul benessere da contatto, sul linguaggio tattile che rassicura, stimola, calma agitazione e sofferenza assai meglio di un tranquillante chimico. Studi sulle difficoltà psicofisiche di bambini cresciuti senza contatti affettivi, come i piccoli “prigionieri” degli orfanatrofi rumeni, rinforzano la convinzione sull’importanza del tocco sulla crescita e lo sviluppo, e si analizzano le conseguenze a lungo termine di tale deprivazione. Altri studi si concentrano sperimentalmente sul benessere procurato da diverse modalità di abbraccio: vengono valutati i tempi, la durata, la posizione, la stretta di abbracci controllati e se ne determina l’efficacia rilevando strumentalmente l’attivazione di specifiche zone cerebrali e i cambiamenti nella produzione di endorfine come l’ossitocina. Sono stati studiati anche gli effetti rassicuranti di gesti che si fanno automaticamente da soli, come toccarsi la fronte, allisciarsi i capelli, passarsi il dito sulle labbra (come l’indimenticabile Belmondo): anche questi provocano la liberazione di neurotrasmettitori dando luogo a sensazioni di benessere. Ma può svilupparsi anche una fame di tatto se il bisogno di essere toccati o accarezzati non viene soddisfatta: la carenza no-touch è stata dolorosamente sperimentata da molti pazienti nel periodo di isolamento forzato da Covid, a volte riportandone gravi conseguenze.

Il linguaggio dei neuroni

Affrontando gli aspetti neurofisiologici, Paterlini riporta i risultati di modernissimi studi sulla somatosensazione e sulle risposte cerebrali alla stimolazione corporea. Sono stati per esempio di recente individuati canali ionici – come quelli chiamati Piezoi1 e Piezo2 – che rispondono a stimoli di pressione tattili e trasducono i segnali meccanici in segnali elettrici attivando il linguaggio con cui i neuroni comunicano tra loro. La risposta al segnale viene percepita come sensazione che informa delle caratteristiche del contatto avvenuto.

Il tatto nello spettro autistico

E’ difficile anche solo immaginare le reti di segnali nervosi che si intrecciano nel nostro corpo, stimolando o deprimendo le trasmissioni sinaptiche e i flussi di informazione sensitiva e motoria tra corpo e cervello. Aspetti percettivi, emotivi e sociali sono strettamente correlati e la pelle, nella sua complessità funzionale, non regola solo la conoscenza del mondo ma interviene nei rapporti sociali, nel piacere delle relazioni umane, nei sentimenti di partecipazione o distacco dagli altri. Sono stati studiati anche casi, non frequenti, in cui difetti nello sviluppo di zone cerebrali sensibili alle stimolazioni tattili possono esprimersi nello spettro autistico, che porta a rispondere in modo atipico anche al tatto gentile.

Una macchina per carezze

Analizzando queste situazioni l’autrice riporta un caso interessante in cui alcuni pazienti trovavano sollievo nell’uso di una speciale “macchina per carezze” che sopperiva meccanicamente alla carenza di stimolazioni tattili umane. Oggi le macchine si stanno evolvendo e la robotica sta facendo passi da gigante anche dal punto di vista terapeutico. Il Virtual Human Interaction Lab della Stanford University analizza l’importanza delle relazioni tattili per esempio sperimentando Tactile Robotics, sviluppando Touch Test ed altre simulazioni digitali, via via più perfezionate ma sempre inferiori al reale contatto umano. Si studiano le condizioni di pazienti deprivati di propriocezione, si progettano apparecchi e strumenti per sopperire alle varie carenze sviluppando le possibilità di una incarnazione sensoriale che integri le protesi come se facessero parte del corpo-cervello del paziente. Lo studio di una interfaccia cervello-computer collegata al sistema nervoso centrale del paziente ha permesso di riattivare la sensazione del tatto in alcuni casi di gravi lesioni traumatiche in cui è stata stabilita una comunicazione tra protesi e cervello. Gli esperimenti più recenti hanno permesso di ricostruire una pelle elettronica multistrato autorigenerante dotata di una intelligenza iscritta nella chimica stessa dei materiali, e quindi non dipendente da sensori esterni o da collegamenti con software.

Tecnologia e tatto artificiale

Le applicazioni del tatto artificiale, conclude Paterlini dopo averci guidato attraverso i più fantasmagorici sviluppi delle nuove tecnologie, aprono scenari ancora inimmaginabili ma in via di realizzazione: mani robotiche, pelli sensoriali, potenziali sviluppi industriali che possono indicare l’inizio di una vera coabitazione con robot in continua evoluzione. Tuttavia la nostra percezione tattile è profondamente legata alle emozioni, allo sviluppo di una empatia sempre più profonda, a una vicinanza umana che ci aiuta a vivere e a essere accolti dalle nostre comunità. La sfida è riuscire a usare la tecnologia, questa prospettiva di futuro che l’autrice ci ha insegnato a immaginare, non solo per sopperire a carenze fisiche ma  anche per migliorare le quotidiane interazioni di solidarietà con chi, ancora, condividiamo il mondo.

Credits immagine: Vonecia Carswell su Unsplash

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