James Clifford e George E. Marcus (a cura) di
Scrivere le culture. Poetiche e politiche in etnografia
Meltemi, 2001
pp.384, 25,31 euro
Nel 1922 l’antropologo Bronislaw Malinowski celebrava l’avvento dell’etnografia professionale, opponendo il suo Argonauti del Pacifico a generi letterari più antichi e meno specializzati, in nome di una pretesa autorità scientifica. L’etnografia andava alla ricerca di un Altro, primitivo, distinto dal mondo civilizzato occidentale. Le difficoltà di questo approccio erano evidenti, dato il controverso rapporto tra oggettivo e soggettivo nei fondamenti stessi della disciplina.Via via, l’etnografia ha modificato il suo avvicinarsi all’Altro, mettendosi in gioco nell’incontro e nello scambio culturale, al punto da sottolineare le differenze etnografiche anche all’interno delle stesse culture occidentali. Questo processo di innovazione ha portato l’etno-antropologia a considerarsi simile ad un’espressione artistica, non più solo a un’indagine a carattere scientifico.Partendo da un approccio interdisciplinare, che appassionò le scienze umanistiche e sociali nel corso degli anni ‘80, Scrivere le culture delinea un nuovo spazio di autocritica nella costruzione del testo etnografico. Frutto della cooperazione tra dieci studiosi americani (otto antropologi, uno storico e un critico letterario), il libro è il risultato degli incontri alla School of American Research di Santa Fè nell’aprile dell’84, raccolti in nove saggi da James Clifford (professore di History of Consciousness Program dell’Università di California) e George Marcus (professore e direttore del Dipartimento di Antropologia della Rice University), famosi più per i loro testi dal carattere critico verso il mondo accademico statunitense, che per le loro monografie ed esperienze sul campo. A distanza di anni dalla prima pubblicazione, questa raccolta di saggi riesce ancora ad animare con vivacità il dibattito antropologico. Le pressioni storiche hanno infatti spinto l’antropologia verso una ridefinizione di sé stessa in rapporto al suo oggetto di studio: l’antropologia non può più dare per scontata la sua autorevolezza e parlare per conto di altri, considerati incapaci di parlare per conto di sé stessi. Su questo piano il libro sottolinea l’importanza di adottare il metodo etnografico nell’indagine degli studi culturali. I ricercatori americani non parlano semplicemente dello scrivere, ma del processo attivo che dalla ricerca sul campo conduce al testo, vale a dire di come la produzione culturale sia profondamente radicata nei processi di scrittura che la riguardano. L’interesse per questi aspetti delle rappresentazioni culturali ha attirato l’attenzione verso i modi stessi della produzione dei testi: in ogni resoconto interviene non “un mondo”, ma un insieme di specifici momenti discorsivi. “Nel momento in cui il dialogico e la polifonia vengono accettati come forme di produzione testuale, l’autorità monofonica viene messa in dubbio, e smascherata come caratteristica di una scienza che ha preteso di rappresentare le culture”, afferma James Clifford nel suo saggio. Cioè, l’antropologia abbandona le monografie, i resoconti di viaggio e i diari di campo per costruire nuovi spazi di ricerca, adottando strategie di scrittura che siano metafora e/o specchio di un processo peculiare e complesso, che non “appartenga” (in linea di principio) a nessuno.I saggi di questo volume sostengono quindi l’inseparabilità della dimensione poetica e politica nella ricerca. Il de-scrivere complessità culturali è anzitutto un’attività sperimentale ed etica: dove la cultura è conflitto, in continua trasformazione, la sua rappresentazione e spiegazione sono coinvolte in questo mutamento.





