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Internet, prodotto sociale

di
Beatrice Busi

Manuel Castells
Galassia Internet
Feltrinelli, 2002
pp. 262, euro 18,00

”I sistemi tecnologici sono una produzione sociale. La produzione sociale è modellata dalla cultura. Internet non fa eccezione”. Castells dedica i primi capitoli del libro alla descrizione dei processi che hanno portato alla creazione di Internet. Ma che il suo non abbia intenti storiografici lo si capisce subito: l’obiettivo puntato sul quadro socio-tecnico fa lo zoom sui mondi sociali e le “forme di vita” che hanno determinato l’emergere dell’innovazione, per concludere che la formula vincente di Internet è stata “l’improbabile intersezione tra Big Science, ricerca militare e cultura libertaria”. Se generalmente dell’albero genealogico della rete delle reti si ricorda come progenitrice solo Arpanet, il primo network di computer nato nel 1969 da un progetto di ricerca del dipartimento della Difesa statunitense, Castells ci ricorda Fidonet, la prima rete di Bbs (Bulletin Board Systems) creata nel 1983. Se la pratica sociale delle Bbs ne ha fortemente influenzato la cultura, si può dire che Internet nasce nel 1980 dall’iniziativa del nodo dell’Università di Berkeley di creare un ponte tra la rete della comunità degli utenti Unix, cioè Usenet News, e Arpanet, che ne uscirà contaminata e irrimediabilmente trasformata. Del resto è proprio dalla comunità degli utenti Unix che nasceranno anche il movimento dell’open source e Linux negli anni Novanta, mentre Richard Stallmann creerà la Free Software Foundation nel 1984 per reagire alla richiesta di copyright su Unix da parte della più grande compagnia telefonica statunitense di allora. Gli attori protagonisti dell’impresa individuati da Castells sono molti: la tecno-èlite degli ambienti accademici e scientifici, gli hackers, i venture capitalist e, ultimi ma non ultimi, gli utenti e le loro comunità virtuali. I risultati della loro interazione sono i caratteri fondamentali della cultura originaria di Internet, la condivisione dei saperi, la cooperazione e il libero accesso all’informazione, la scommessa sull’innovazione e l’orizzontalità della comunicazione: sono questi i valori che l’hanno resa una tecnologia diversa da tutte le altre. Nell’Età dell’informazione Internet è il cuore del nuovo modello sociotecnologico d’organizzazione, ovvero della “network society” e il resto del libro ci spiega i come e i perché. Ci spiega il ruolo di Internet nell’ascesa e nella caduta (momentanea, secondo Castells) della new economy, racconta come i movimenti sociali trasformano l’uso di Internet essendone a loro volta trasformati, ci descrive le nuove forme di socialità online, gli esperimenti di culture digitali pubbliche e il conflitto tra privacy, libertà e controllo dei governi sulle reti. Cercando di mantenersi a debita distanza da utopie futuristiche e distopie critiche, il libro si conclude affrontando la questione del digital divide. Castells sottolinea che il problema non è più il differente accesso alla rete in base al genere, all’etnia o allo status sociale, che si sta rapidamente attenuando: il vero imputato è il dominio da parte delle oligarchie economiche sulle infrastrutture che produce una drammatica e paradossale “concentrazione della network society”, accrescendo nello stesso tempo ricchezza e povertà, produttività ed esclusione sociale, dove già c’erano. Se poi pensiamo alle leggi internazionali in materia di copyright (come il Dmca negli Usa e l’Eucd in Europa) che tendono a restringere sempre di più il libero scambio di testi, immagini e file audio, impedendo di fatto la diffusione in rete dei prodotti culturali, allora di quei valori originari di Internet che ne hanno rappresentato il successo e su cui Castells pone l’accento, rimane ben poco.

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