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Quanto costa il fallimento in Iraq

Duemila miliardi di dollari, una cifra spropositata, sufficiente a sfamare interi paesi in via di sviluppo. A tanto ammontano gli investimenti bellici degli Stati Uniti nella guerra in Iraq, secondo la stima dell’economista Joseph Stiglitz della Columbia University, superando di gran lunga le previsioni che si aggiravano intorno ai 100-200 miliardi di dollari. I dati riguardano la proiezione del costo complessivo annuale dall’inizio della guerra fino al 2010, termine indicativo della permanenza delle truppe americane in Iraq, ed è stato ricavato diminuendo ogni anno la spesa del numero di soldati impegnati sul fronte. Attualmente ci sono 153 mila militari americani nel paese arabo, che entro la fine del 2006 dovrebbero diventare 136 mila. La guerra costa agli Usa 4,5 miliardi di dollari al mese “per i costi di gestione”, ovvero trasporti e sostentamento dei soldati, escludendo l’acquisizione di nuove armi e di attrezzature. Ma il motivo principale del tracollo economico riguarda le spese inattese, dalla lentezza della ricostruzione al reclutamento dei militari impiegati, dai riscatti per i sequestri ai benefici alle famiglie dei civili e dei giornalisti uccisi, fino ai doverosi sostegni di inabilità di studio per i 16.000 soldati feriti, circa il 20 per cento dei quali ha subito gravissime lesioni cerebrali o spinali. Si calcola infatti che circa il 30 per cento delle truppe americane abbia sviluppato problemi di salute mentale entro i primi tre mesi dal proprio ritorno in patria. Stiglitz, premio Nobel nell’economia in 2001, ex consigliere del presidente Bill Clinton, e critico feroce della politica estera dell’attuale presidente George Bush, ha incluso nel conteggio anche la crescita del prezzo del petrolio, che provocherebbe un enorme disavanzo nel bilancio complessivo, i costi in termini di insicurezza sociale causata dalla guerra in Iraq e dalla gestione del dopo-Saddam. (a.c.)

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