Quando vennero alla luce le torture praticate nel carcere iracheno di Abu Ghraib, furono in molti a porsi la domanda: “Chi può essere capace di fare una cosa del genere?”. Secondo Susan Fiske, psicologa della Princeton University e studiosa dei comportamenti violenti, la risposta sarebbe: ‘Purtroppo, chiunque’. In uno studio pubblicato su Science, la Fiske arriva a questa conclusione dopo un’analisi su una letteratura di 25.000 studi, per un totale ben otto milioni di partecipanti. Il quadro che emerge mostra come la combinazione di vari fattori, dallo stress alla gratificazione dei superiori, possa portare un individuo insospettabile a compiere azioni inesplicabili quando si senta inquadrato all’interno di un’autorità considerata legittima. I fatti di Abu Ghraib coinvolsero persone saldamente gerarchizzate ma con un background psicologico del tutto insospettabile. Inoltre, fattori di stress quali la vicinanza con la morte, propria e dei compagni, la scarsa conoscenza degli usi iracheni e, non ultime, le difficili condizioni climatiche, costituirebbero il mix ideale per la nascita di metodi malsani. La Fiske precisa che le sue conclusioni non intendono dare una giustificazione a fatti terribili come quelli di Abu Ghraib, ma vanno nella direzione di proporre delle soluzioni per evitare che questi comportamenti, più legati forse a fattori esterni che all’indole delle persone coinvolte, possano riproporsi. (m.zi.)





