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Antimalarici dal lievito

di
Letizia Gabaglio

La malaria colpisce ogni anno tra i 300 e i 500 milioni di persone e ne uccide un milione, per lo più bambini. Contro questa malattia molti strumenti hanno perso di efficacia, a causa della resistenza che Plasmodium falciparum, uno dei plasmodi che ne trasmette la forma più virulenta, ha acquisito nei confronti dei principi attivi finora usati. Negli ultimi anni però una speranza è venuta dall’uso dell’artemisinina, un estratto dall’Artemisia annua, pianta della famiglia delle asteracee tipica dell’Asia. Sebbene il suo meccanismo d’azione non sia del tutto conosciuto, la sua efficacia combinata con altri principi attivi è di gran lunga superiore ai farmaci tradizionali, tanto che l’Organizzazione mondiale della Sanità indicato l’artemisinina come base per il trattamento della malaria. Peccato si tratti di una sostanza di difficile reperimento. Allo stato attuale, quindi, il fabbisogno del medicinale non può essere soddisfatto dalle case farmaceutiche che lo producono. C’è ora però chi propone una soluzione: Dae-Kyun Ro, dell’Università della California a Berkeley, insieme a un’azienda biotech, annuncia su Nature di aver sintetizzato in laboratorio per la prima volta un precursore dell’artemisinina, l’acido artemisinico. Grazie all’ingegnerizzazione del lievito Saccharomyces cerevisiae, i ricercatori sono riusciti a produrre questa sostanza che, a sua volta, può trasformarsi direttamente in uno dei derivati dell’artemisinina usati per produrre i farmaci. “La scoperta è molto importante”, commenta Donatella Teramelli, impegnata nello studio del meccanismo d’azione dell’artemisinina e nella ricerca di suoi derivati attivi all’Istituto di Microbiologia dell’Università di Milano. “C’è infatti un assoluto bisogno di fonti illimitate dei derivati dell’artemisinina e, partendo dall’acido artemisinico, con il procedimento descritto da questo studio, per ottenerli bastano tre reazioni chimiche piuttosto semplici”.Una novità importante, quindi, che ora però deve essere trasformata in realtà. “L’ostacolo maggiore è la produzione su larga scala”, commenta ancora la microbiologa. “In questo momento si tratta di un sofisticato processo biotech che deve poter diventare redditizio per chi ci investirà. Certo, rispetto alle piante da cui si estrae l’artemisinina, che impiegano per crescere diverse settimane, il batterio è molto più veloce, impiega solo sei giorni. Questo vuol dire che il processo può diventare davvero efficiente”. L’uso del precursore potrebbe poi risolvere un altro problema: la bassa percentuale di resa dell’artemisinina. Il procedimento per ottenere l’artemetere, per esempio, il derivato dell’artemisinina che è alla base della terapia più diffusa attualmente in commercio, “spreca” quasi la metà della materia prima, con una resa del 53 per cento. Ecco perché, dopo aver ricevuto dall’Oms una richiesta di medicinali superiore alle scorte accumulate, le aziende si sono precipitate a piantare ettari ed ettari di Artemisia. Ma ora la scoperta californiana potrebbe rivoluzionare i procedimenti per ottenere i preziosi derivati.Per migliorare la terapia a base di artemisinina c’è anche un’altra strada: cercare derivati più attivi, di cui servano quantità minori per ottenere l’effetto desiderato. A questa via sta lavorando il laboratorio di Taramelli insieme a colleghi giapponesi: “se arriveremo a individuare prodotti di semisintesi più facili da produrre chimicamente e più attivi anche le piante potranno essere considerate efficienti”, spiega la ricercatrice. Per esempio l’artemisone, sintetizzato per la prima volta all’Università di Hong Kong, un composto più stabile dell’artemetere e dell’artesunato (un altro principio usato in terapia) e quindi capace di svolgere la sua azione più a lungo ed efficacemente, attualmente ancora in fase di studio.

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