Brexit: come cambia la ricerca scientifica in Europa

Brexit
(Immagine: Pixabay)
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Venerdì scorso il Regno Unito si è svegliato fuori dall’Unione Europea. Nella notte del 24 giugno il referendum sulla Brexit si è concluso con la vittoria dei “Leave”, e in un clima di incertezza generale sulle conseguenze della scelta dei cittadini britannici, anche la ricerca scientifica sembra navigare in acque agitate. Per delineare i possibili scenari, abbiamo posto qualche domanda a Fabio Zwirner, professore ordinario di fisica teorica all’Università di Padova e membro del Consiglio Europeo della Ricerca (Erc).

Professor Zwirner, come influirà la Brexit sulla scienza Europea?
“Prima di iniziare a rispondere è necessario fare una premessa: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea non ha effetto immediato, avverrà dopo una fase negoziale che potrebbe durare fino a due anni, o anche di più. Il fatto che si tratti di un evento senza precedenti rende difficile rispondere con precisione. In molti casi le risposte dipenderanno dall’esito dei negoziati e ogni anticipazione è rischiosa”.

Il Regno Unito potrà continuare a ricevere fondi europei?
“Posso solo formulare congetture personali. Tutto dipenderà dall’esito dei negoziati. Potrebbe darsi che alle istituzioni basate in Uk non sia più consentito essere capofila di progetti finanziati dalla Ue, ma che a gruppi di ricerca nel Regno Unito sia permesso partecipare, come già succede oggi per gruppi di ricerca basati in paesi che non fanno parte della Ue. Anche in questo caso, per alcuni programmi di Horizon 2020 ci potrebbero essere eccezioni: già oggi alcuni paesi associati che non fanno parte della Ue possono ospitare progetti europei alle stesse condizioni dei paesi membri, sulla base di accordi internazionali. Non è detto però che questo sia concesso in futuro alla Gran Bretagna, anche per dissuadere dall’uscita altri paesi membri della Ue”.

Cosa cambia nel quadro del finanziamento della ricerca in Europa?
“L’Ue finanzia solo una parte della ricerca, ma di decennio in decennio il suo ruolo si è andato via via accrescendo. È evidente che, per competere con colossi come gli Stati Uniti, all’Europa conviene mettere in comune le proprie infrastrutture e il proprio capitale umano e di conoscenze. L’uscita di Uk dalla Ue segna un passo indietro, bisognerà cercare di limitare i danni e di rilanciare”.

Cosa succederà nel caso di collaborazioni già avviate (come le missioni dell’Esa) di cui fa parte anche il Regno Unito?
“Fortunatamente, al di là della ricerca finanziata a livello nazionale, restano in Europa importanti organizzazioni di ricerca internazionali il cui finanziamento non proviene dalla Ue, ma da contributi diretti degli stati membri sulla base di accordi internazionali. Per quanto riguarda ad esempio la partecipazione di Uk al Cern di Ginevra, non dovrebbe cambiare nulla. Altre collaborazioni potrebbero però essere toccate più duramente, penso agli studi sulla fusione nucleare, con il progetto Jet di Culham, precursore di Iter, finanziato finora su fondi europei. Nel caso dell’Esa non sono in grado di fornire oggi una risposta precisa: l’Esa non è tecnicamente un’agenzia dell’Unione Europea, ma l’Ue contribuisce per circa un quarto al suo bilancio, le implicazioni non sono per me facili da decifrare in questo momento”.

Uk potrà avviare comunque nuove collaborazioni scientifiche?
“Lo potrà fare allo stesso modo in cui lo fanno i paesi che non fanno parte della Ue, sulla base di accordi bilaterali o multilaterali con i partner in queste collaborazioni. Ma l’impatto e la forza negoziale saranno presumibilmente minori che come componente importante di un sistema integrato della ricerca europea”.

Chi accuserà maggiormente il colpo, la ricerca europea o quella britannica?
“A rimetterci saranno entrambe le parti. La Brexit è sicuramente un passo indietro sia per il sistema della ricerca in Uk che per quello dell’Europa continentale. Forse il danno maggiore sarà però per la ricerca inglese. Nei programmi dell’Erc, ad esempio, che sono da molti considerati il fiore all’occhiello della ricerca finanziata dalla Unione Europea, il Regno Unito era stato finora capace di attrarre finanziamenti e ricercatori da altri paesi in misura molto superiore al proprio contributo finanziario. Non è un caso che la stragrande maggioranza dei ricercatori inglesi si sia espressa a favore della permanenza nella Ue: storicamente il mondo della ricerca non ama le frontiere e contribuisce a superarle”.

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