Sars, caccia al virus che causa l’epidemia

“Non partite per Hong Kong o per la provincia cinese di Guanghong, se non è proprio necessario”, così raccomanda da ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che per la prima volta nella sua storia invita a tenersi lontani da una determinata area geografica a causa dell’esplosione di una epidemia infettiva. Un consiglio giustificato dal fatto che se nel resto del mondo la misteriosa Sars (Severe acute respiratory syndrome) sembra avere una diffusione lenta e limitata, ben diversa è la situazione a Hong Kong e a Guandong. Qui nel solo mese di marzo si sono verificate 361 nuove infezioni e nove morti. Che aggiunte a quelle documentate dal 16 novembre scorso diventano rispettivamente 1153 e 40: praticamente la metà di tutti i casi registrati nel mondo (2223 e 78).

Ma a sollecitare l’iniziativa dell’Oms è stata anche la notizia, giunta nella notte tra martedì e mercoledì da Taiwan e Singapore, di altre nove persone contagiate, tutte transitate da Hong Kong dopo il 15 marzo. Per questo, sempre ieri, è stata annunciata l’imminente partenza per le due aree critiche di cinque esperti della stessa organizzazione che cercheranno di fare luce sui meccanismi di trasmissione della sindrome respiratoria. Che proprio a Hong Kong si configura come un mistero nel mistero: l’incremento significativo dei nuovi casi diagnosticati anche al di fuori della portata dei primi focolai di infezione, gli ospedali, fa infatti presupporre che ci siano altre vie di diffusione oltre a quelle ben documentate dell’esposizione “faccia a faccia” con persone infette che tossiscono o starnutiscono.

Un’ipotesi è che l’agente infettivo, presumibilmente un virus, si trasmetta da una persona all’altra anche senza un contatto diretto, per esempio toccando un oggetto contaminato dal patogeno, o che sia veicolato dall’aria o attraverso il sistema idrico. Sicuramente ambienti chiusi, come possono essere le cabine di aeroplani o stanze d’albergo, aumentano il rischio. La via di contagio non è l’unico aspetto oscuro dell’epidemia. A un mese dall’allarme dell’Oms l’agente infettivo non è stato ancora caratterizzato. Il paramyxovirus inizialmente sospettato non è più l’unico indiziato: un secondo attentatore, il coronavirus, è sotto inchiesta e si sta cercando il terzo. E c’è chi pensa possa anche trattarsi di un cocktail di agenti patogeni.

Le ricerche sono condotte in 11 centri di nove paesi sotto lo stretto controllo dell’Oms e dei Centers of desease control (Cdc) statunitensi: data l’alta trasmissibilità dell’agente si ritiene sia meglio che venga maneggiato solo da mani esperte. Nei laboratori, campioni biologici delle persone colpite vengono messi in provetta e si vede se riescono a infettare o uccidere cellule. Si studiano anche i sieri degli ammalati per vedere se contengono anticorpi per il virus, che prevengano l’infezione.

Si può anche usare la tecnica nota come Pcr, cioè l’amplificazione genica, per determinare la presenza di “sequenze” di Dna di virus noti. Per il coronavirus sono stati sviluppati test di riconoscimento, ma per capire se e come scateni la malattia sono necessari studi funzionali. I virus di tipo paramyoxovirus danno luogo infezioni respiratorie (soprattutto del bambino), infezioni para-influenzali, parotite, morbillo ma finora nessuno ha riportato la capacità di indurre forme gravi come questa Sars. Pertanto dovrebbe trattarsi di un paramyxovirus nuovo. In effetti, il virus non è ancora stato isolato ma solo visto con la microscopia elettronica. E il fatto che questo patogeno sia stato trovato nei tamponi della gola e nello sputo dei soggetti studiati non significa automaticamente che sia il responsabile dell’infezione.

L’altro microrganismo sospetto appartiene invece a un gruppo di virus frequenti negli animali domestici ma che possono causare malattie anche negli esseri umani. Ritenuti la causa del 15-20 per cento delle infezioni alle prime vie aeree, i coronavirus sono grossi virus muniti di involucro(envelope ) di acido ribonucleico, Rna. Hanno una caratteristica forma sferica a “corona”, da cui deriva il nome, con proteine che si distribuiscono come dei petali intorno all’involucro. Al momento si conoscono due coronavirus capaci di infettare il tratto gastroenterico degli esseri umani mentre un terzo è coinvolto nei comuni raffreddori. Quello studiato dagli esperti del Cdc sarebbe dunque una quarta forma, nuova.

Data l’incertezza sull’agente, non vi è ancora una terapia specifica per questa forma di polmonite. In vari casi sono stati somministrati agenti antivirali, come la ribavirina, o antibiotici per proteggere da infezioni batteriche associate. Secondo Dante Bassetti, esperto di malattie infettive a Genova, la definizione “killer” di questa polmonite sarebbe allarmistica, in quanto, su oltre 2200 persone colpite ne sono decedute un’ottantina, e quindi la mortalità è del 3-4 per cento. Certo, è giusto il messaggio di evitare allarmismi. Ciononostante, secondo gli esperti Oms, la sindrome acuta respiratoria severa è una delle più grandi epidemie degli ultimi anni; altri contagi, come quello provocato dal virus Ebola, sono rimasti, secondo gli esperti, più circoscritti, mentre la polmonite “atipica” si sta diffondendo più ampiamente.*Direttore Laboratorio Biologia Molecolare – IST Genova

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here