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Cervelli in transito

di
Valentina Sereni

Non solo “cervelli in fuga” ma anche in transito. Sono quelli dei “nuovi migranti”, giovani menti scientifiche che scelgono i maggiori enti di ricerca italiani, come Cnr, Infn, Enea e Iss, per approfondire la loro formazione, stabilire contatti e partecipare a un fecondo interscambio culturale con altri ricercatori. Un’indagine condotta dall’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali (Irpps) del Consiglio nazionale delle ricerche, ha tratteggiato il profilo dei “cervelli in fuga” in Italia. Anche se, a ben guardare, proprio di una fuga non si tratta. L’Italia, infatti, sembra essere un posto che attira, grazie all’alto livello di formazione universitaria e post-universitaria, ma in cui nella maggior parte dei casi non conviene fermarsi a lavorare, e da qui si riparte per fare ricerca altrove. È questo uno dei dati emersi dall’indagine dell’Irpps, condotta su un campione di 241 ricercatori stranieri e presentata nel corso di un convegno più ampio che si tiene al Cnr fino al 27 novembre dal titolo “International migration in Europe: new trends, new methods of analysis”, dedicato al tema dei flussi migratori in Europa.Ma da dove arrivano i ricercatori stranieri che si trovano attualmente in Italia? “Un terzo degli ospiti nelle nostre istituzioni viene da altre nazioni europee: sono soprattutto spagnoli, tedeschi e francesi, mentre il 35% giunge qui da paesi dell’Est europeo, come Russia, Romania e Albania. Solo un’esigua frazione è rappresentata da africani, asiatici o latino-americani” spiega Carolina Brandi, che ha seguito l’indagine dell’Irpps-Cnr. “I più giovani sono i ricercatori dell’Unione Europea, dei quali il 40% ha un’età inferiore a 30 anni.” La prevalenza di scienziati in giovane età è un indicatore del tipo di soggiorno per cui vengono qui. Sono per lo più di borse di studio e progetti di mobilità internazionale sostenuti dall’Unione Europea, a cui la metà degli intervistati partecipa perché ritiene che un’esperienza in altri ambienti di ricerca sia una buona opportunità di crescita professionale. L’intenzione generale non è quella di stabilirsi nel nostro Paese: nel 71% dei casi, c’è già in preventivo un biglietto aereo di ritorno per le sedi di provenienza. Solo il 16,2% del totale degli intervistati pensa di rimanere in Italia più di cinque anni, mentre una fetta consistente, il 37,3%, prevede di restare meno di un anno. Le donne sono le più giovani e quelle che rientrano prima: il 48,1% pensa di trattenersi un solo anno all’estero, contro il 33,3% degli uomini. L’Italia è molto apprezzata per le strutture e le competenze tecniche che è in grado di offrire, in special modo in settori come fisica, biologia, chimica e ingegneria, ma non ha abbastanza appealing in quanto a prospettive future. E c’è poco da stupirsi, afferma Brandi: “Non siamo un paese preso d’assalto dal fenomeno della fuga dei cervelli, perché la situazione è abbastanza drammatica, visti i tagli ai finanziamenti alla ricerca scientifica, il blocco delle assunzioni e i bassi salari. Questo costringe numerosi validi ricercatori italiani ad andare all’estero per avere concrete possibilità di lavoro.” Solo che purtroppo l’esodo italiano verso i poli di punta della ricerca estera è accompagnato spesso da un biglietto di sola andata.

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