Ciao Darwin

Personaggi: un anziano e criticato genetista. Alcuni apologeti del suddetto scienziato. Un libro dal titolo provocatorio “Dimenticare Darwin” (Il cerchio). Contestatori vari (professori, studenti, ricercatori), molti dei quali, però, si rifiutano di partecipare alla presentazione del libro. Un’associazione culturale di destra, dal nome Identità europea, che ha fra i suoi scopi “la promozione delle radici storiche, economiche, culturali e spirituali dell’Europa” e “la difesa del diritto alla vita in tutti i suoi aspetti e della famiglia quale cellula fondamentale della società”, presieduta da Franco Cardini. Assente (ingiustificato): il dibattito scientifico. Ambientazione: lunedì 19 maggio 2003, un’aula del dipartimento di Chirurgia dell’università La Sapienza di Roma. I fatti. Giuseppe Sermonti, dopo anni di “ostracismo” – la definizione è dei suoi sostenitori – da parte dell’università romana, viene finalmente invitato a presentare il suo contestato libro. Giovanni Menastra, biologo, ne tesse le lodi di scienziato (ha pubblicato diversi libri, ha svolto ricerca nel campo dei microrganismi industriali, è stato presidente della società di genetica italiana e così via), anche se controcorrente. La sua principale colpa sembra essere stata quella di “rifiutare lo scientismo, il riduzionismo, e soprattutto l’evoluzionismo”. Stefano Serafini, epistemologo della scienza, interviene in difesa di Sermonti citando Abelardo e il suo metodo della messa in dubbio delle certezze acquisite e Voltaire: “non condivido ciò che dici, ma lotterò perché tu lo possa dire”.Finalmente, il protagonista: lo scienziato osteggiato per le sue idee. Senza esagerare, comunque: insegna sia a Palermo che a Perugia. Che prima di parlare del libro, si lamenta della sua estromissione da “La Sapienza” (a opera dell’ex rettore Tecce) 30 anni fa e attacca la scienza “prepotente e arrogante” che “ci sta portando al disastro” e gli scienziati “che chiedono soldi senza doverne giustificare l’utilizzo”: per esempio, dice, ci si fanno le guerre. Poi invita gli scienziati a essere più modesti (“non sappiamo nulla sulla nascita della vita”), il concetto stesso di evoluzione non è univoco e afferma che oggi più che l’evoluzione interessa la manipolazione genetica (“l’uomo pensa di poter fare meglio di Dio”). E se ammette che il darwinismo ha meriti storici (come quello di aver affermato l’unità dei viventi e l’aver introdotto una visione dinamica della realtà) dice che è pieno di limiti, come quello, evidenziato anche da Stephen J. Gould (lui, evoluzionista convinto, anche se “eretico”) che le funzioni e la selezione per le funzioni non sono sufficienti a spiegare tutte le forme viventi. Altro che “caso e necessità”. Seguono reazioni scomposte degli astanti (dal collettivo di studenti di Scienze, a ricercatori di diverse estrazioni culturali e politiche) con successive (poche e vaghe) risposte di Sermonti e (alcune) repliche sbrigative del moderatore Mariano Bizzarri, a sua volta ricercatore del dipartimento e consulente sugli Ogm del ministro delle Politiche Agricole Giovanni Alemanno. In entrambe le parti si rileva l’incapacità di cogliere il senso di un dibattito scientifico. Si va infatti dalla contestazione ideologica (comprensibile: è un’evidente provocazione legata all’attacco all’evoluzionismo), a quella astratta che fa appello al darwinismo come una teoria fondamentale, a quella astorica citando frasi decontestualizzate di Darwin che avallerebbero il cosiddetto darwinismo “sociale”, che non fa parte della sua teoria, a quella semplicemente insensata, di chi non ammette deviazioni dal paradigma, già messo in discussione da molti evoluzionisti. Assente, appunto, il dibattito scientifico. Sermonti non ha fornito un solo dato per le sue critiche al darwinismo (“ma li ho scritti nel libro”, si è giustificato) e ha rivendicato di non avere alcuna teoria alternativa (tanto meno creazionista, ha specificato) e i suoi oppositori non hanno cercato di centrare gli spunti di discussione né per contestarlo sul piano scientifico né per riconoscere eventuali punti di contatto. Il commento, quindi, di un ricercatore che ha assistito alla presentazione del libro sembra il più azzeccato: “un’inutile chiacchiera da bar”.

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