Cinghiali e peste suina: basta battute di caccia coi cani, serve il prelievo selettivo

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Manuelarosi, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons.

L’emergenza peste suina africana ha riacceso l’attenzione sulla necessità di contenere la popolazione dei cinghiali, in crescita dal secondo dopoguerra in virtù della forte pressione venatoria e delle attività legate al suo sostegno, come l’immissione in natura di animali allevati e la pratica della pastura. Gli impatti ecologici ed economici del sovrappopolamento possono essere gravi, includendo incidenti stradali, danni alle coltivazioni, trasmissione di malattie e profondi cambiamenti agli ecosistemi boschivi e prativi. Ma la soluzione proposta dal piano nazionale del ministero della salute, che prevede il ricorso agli abbattimenti selettivi in collaborazione con il mondo venatorio, ha suscitato le proteste degli animalisti, che accusano gli stessi cacciatori di essere all’origine del problema e invocano soluzioni alternative, come per esempio la somministrazione di anticoncezionali. Polemiche oziose o c’è qualcosa di vero? Galileo ne ha parlato con Andrea Monaco, zoologo di Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, che autorizza i piani di contenimento e redige le linee guida per la gestione della specie.

Dottor Monaco, leggendo i giornali sembra che l’Italia sia stata invasa dai cinghiali. Si può sapere quanti sono?

Abbiamo a disposizione una stima molto approssimativa, basata sul numero dei prelievi eseguiti in attività di caccia e contenimento, comunicati ad Ispra dalle regioni e dalle aree protette. A fronte di circa 300.000 prelievi annui, possiamo dire che la popolazione dei cinghiali sul territorio italiano potrebbe essere di almeno di un milione di esemplari. Il cinghiale è una specie molto difficile da censire, soprattutto su grandi superfici; realizzare un vero e proprio censimento a livello nazionale sarebbe un’operazione molto costosa che restituirebbe comunque numeri poco significativi.

La mala gestione dei rifiuti quanto incide?

Al momento la presenza di rifiuti non rimossi dai cassonetti può essere determinante solo a livello locale, ma non gioca un ruolo chiave nelle dinamiche riproduttive su ampia scala. Tuttavia, queste fonti di cibo attraggono i cinghiali che entrano in stretto contatto gli uni con gli altri. Nel caso della trasmissione della PSA o di altre malattie questo può essere un problema significativo.

Il piano nazionale per la gestione dei cinghiali e della Psa del 2020 prevede un incremento degli abbattimenti selettivi con il coinvolgimento dei cacciatori. Gli animalisti però obiettano che la caccia è essa stessa la causa della proliferazione dei cinghiali. Come stanno le cose?

Occorre essere chiari. Il cinghiale è una specie profondamente manipolata dall’uomo, in primo luogo attraverso al caccia, che ne ha alterato profondamente le caratteristiche e le dinamiche naturali. Un’attività venatoria che rimuove annualmente il 30-40% della popolazione di cinghiali comporta effetti notevoli sulle dinamiche sociali e sulla riproduzione. Un prelievo così consistente destruttura le popolazioni favorendo l’aumento degli individui giovani e la loro partecipazione in massa alla riproduzione. Non è raro osservare femmine di cinghiale di 9-10 mesi che hanno già partorito; in condizioni naturali questo non avverrebbe. Inoltre ancora resiste la pratica di alimentare gli animali per tenerli legati al proprio territorio di caccia. L’alimentazione artificiale provoca l’aumento della popolazione perché migliora la condizione fisica degli animali e quindi la loro capacità riproduttiva. Inoltre, limita la selezione naturale, per cui animali che durante l’inverno morirebbero naturalmente, riescono a sopravvivere. Questo non significa che gli abbattimenti non servono a limitare le popolazioni ma che, oltre a evitare pratiche controproducenti, dobbiamo cambiare il modo in cui facciamo i prelievi, aumentando l’utilizzo di tecniche selettive che ci permettono di agire su quegli animali che contribuiscono maggiormente alla riproduzione e ricreare una struttura delle popolazioni di cinghiale più “naturale”.

Cosa si intende per prelievo selettivo?

Se lo scopo è il contenimento, l’abbattimento deve essere mirato ai “motori portanti” della popolazione che sono i giovani maschi e le femmine di tutte le età, considerando più la qualità che la quantità. I cacciatori non sparano alle femmine gravide proprio per avere più esemplari da cacciare nei mesi a seguire. La caccia di selezione invece permette di effettuare questa scelta e le persone che la praticano sono addestrate opportunamente con corsi di formazione organizzati dalle regioni, in accordo con Ispra. Un prelievo mirato è quasi impossibile con le battute di caccia fatte da squadre di decine di cacciatori e cani. I cani scovano i cinghiali che reagiscono spostandosi molto velocemente verso un tiratore che avrà una frazione di secondo per sparare all’animale, senza avere la possibilità di riconoscere le caratteristiche dell’animale. È necessario che la caccia, oltre ad essere un’attività ludico-ricreativa, si metta al servizio della società e contribuisca a risolvere un problema complicato che investe tutto il Paese.

Il vaccino per controllare la fertilità dei cinghiali è una alternativa?

Al momento no. Il più comune ed efficace anticoncezionale, utilizzato per lo più su altre specie animali, deve essere somministrato tramite iniezione, il che ne limita notevolmente l’uso in quanto ogni singolo animale deve essere catturato per effettuare la somministrazione. In ogni caso, test effettuati su un gruppo controllato di cinghiali dimostrano che il contraccettivo funziona solo nell’80% degli esemplari e la sua efficacia si riduce progressivamente nel tempo, ciò significa che andrebbero previsti dei richiami. I vaccini con somministrazione orale sono, invece, ancora allo stadio sperimentale: potrebbero essere somministrati all’interno di esche posizionate nei boschi ma per evitare l’assunzione da parte di altre specie animali, bisognerebbe utilizzare degli appositi distributori di esche. In ogni caso, qualunque sia il vaccino di cui si parla, i modelli matematici ci dicono che per garantire una riduzione significativa della capacità riproduttiva del cinghiale sarebbe necessario somministrare il farmaco in poco tempo alla stragrande maggioranza delle femmine e questo non è immaginabile. Anche se in futuro saranno migliorate le tecniche di somministrazione e l’efficacia del vaccino, la sua applicazione sarà probabilmente limitata a condizioni molto particolari, come gli ambiti insulari o piccole aree recintate, e non potrà essere sostituiva agli abbattimenti. È giusto, comunque, che la ricerca vada avanti su questo argomento, per avere una possibilità in più di gestire le popolazioni.

Nel PNRR sono previsti dei fondi specifici per il contenimento della popolazione dei cinghiali o per la sperimentazione dei vaccini?

Non specificatamente. Erano stati previsti dei fondi, seppur insufficienti, per la sperimentazione del contraccettivo di tipo intramuscolare (Gonacon) nella legge di bilancio 2022, ma per ora questo farmaco non può essere utilizzato in Italia, nemmeno in via sperimentale perché non è registrato ufficialmente. Ad oggi, ISPRA non è stato interpellato per contribuire a tale sperimentazione.