Contro l’obesità c’è l’anemone di mare

Arriva dagli anemoni di mare, e più precisamente dal veleno di questi animali, l’ultima promessa per curare l’obesità e le complicazioni metaboliche ad essa associate. È quanto suggeriscono su Pnas i ricercatori dell’Università della California Irvine negli Stati Uniti. Shk-186 – è questo il nome del nuovo composto anti-obesità – deriva da una tossina dell’anemone di mare e blocca selettivamente l’attività della proteina Kv1.3, un canale del potassio che controlla i processi di infiammazione e l’omeostasi energetica. In topolini obesi, Shk-186 stimola l’attività metabolica e il consumo di energia, soprattutto nel grasso bruno e nel fegato, e ha effetti positivi nel ridurre l’accumulo di peso e i problemi associati all’obesità.

Shk-186 è un composto prodotto dalla casa farmaceutica Kineta Inc. di Seattle, che era stato inizialmente sviluppato per il trattamento di malattie autoimmuni, come la sclerosi multipla, la psoriasi e il lupus, e che recentemente ha ottenuto risultati promettenti in uno studio sperimentale di fase I. Si tratta di un inibitore selettivo del canale del potassio voltaggio-dipendente Kv1.3, una classe di proteine presenti sulla membrana di diversi tipi cellulari, la cui inibizione nei topi di laboratorio è stata associata con bassi livelli plasmatici di insulina e leptina e perdita di peso. 

Nei loro esperimenti, i ricercatori americani guidati da George Chandy, responsabile dello studio e consulente scientifico di Kineta, hanno usato un modello di topo che poteva essere reso “obeso” con una dieta ricca di zuccheri e grassi, simile a quella generalmente consumata nei paesi occidentali e associata allo sviluppo di malattie cardio-vascolari e diabete. Gli animali sottoposti alla dieta “ingrassante” erano divisi in due gruppi, uno di controllo e uno a cui veniva somministrato Shk-186 a giorni alterni. Dopo 45 giorni i topi trattati erano ingrassati meno rispetto a quelli non trattati (in media 3-5 g in meno), mentre in quelli che seguivano una dieta normale il peso non era cambiato. Inoltre, Shk-186 non solo preveniva l’aumento di peso indotto dalla dieta, ma funzionava anche su topi già grassi, facendoli ingrassare di meno rispetto agli animali di controllo.

Analisi dettagliate mediante Tac (tomografia assiale computerizzata) e Pet (tomografia a emissione di positroni) degli animali hanno mostrato che oltre che sul peso corporeo, Shk-186 aveva un effetto positivo anche su altre manifestazioni associate all’obesità quali l’iperglicemia, l’iperinsulinemia e la dislipidemia. Infatti nei topi “grassi” trattati con il nuovo composto i livelli plasmatici di colesterolo, insulina e leptina ritornavano a valori normali, l’accumulo di microvescicole di grasso nel fegato era ridotto e l’assorbimento di glucosio nei tessuti periferici era aumentato. 

Da un punto di vista molecolare, gli studiosi hanno identificato tre meccanismi responsabili dell’effetto anti-obesità di Shk-186: l’attivazione del metabolismo del tessuto adiposo bruno che faceva raddoppiare l’assorbimento del glucosio e aumentare il consumo energetico giornaliero di circa 2.5 kcal negli animali trattati rispetto ai controlli; la stimolazione delle funzioni del fegato coinvolte nel metabolismo energetico e dei lipidi; e infine la soppressione dell’infiammazione del tessuto adiposo addominale bianco tipicamente indotta dall’aumento di peso corporeo.

Secondo i dati rilasciati dall’Oms, dal 1980 a oggi l’obesità è quasi raddoppiata. Nel 2008 l’11% della popolazione mondiale (circa 200 milioni di uomini e 300 milioni di donne) era obeso e si prevede che circa 300 milioni di persone svilupperanno il diabete entro il 2030 con un costo totale di oltre 260 miliardi di dollari all’anno. Come spiega Gary Desir, esperto dello studio del metabolismo del glucosio presso la Yale University, “alla luce di queste statistiche, i risultati di questo studio sono molto importanti e hanno implicazioni cliniche enormi, perché dimostrano per la prima volta che l’inibizione specifica dei canali del potassio da parte di Shk-186 potrebbe rappresentare un metodo altamente efficace per limitare l’obesità e ridurre le complicazioni ad essa associate.”  

Riferimenti: Pnas 

Credits immagine: Brocken Inaglory/Flickr 

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