Salute

Il coronavirus è diventato più stabile, cosa significa?

“Il virus, sotto pressione evolutiva, è diventato più stabile”. Parla così Michael Farzan dello Scripps Research Institue di Jupiter (Florida), descrivendo una mutazione del coronavirus che potrebbe spiegare un’aumentata capacità del virus di infettare le cellule e contribuire in parte a rendere ragione dell’alta diffusione di Sars-Cov-2 in alcune zone.

Delle mutazioni del virus – attese, tanto più che si parla di una virus a Rna, tendenzialmente più suscettibili a cambiare – si parla da tempo. Li studiamo per motivi diversi, per capirne l’origine, l‘adattamento negli ospiti, e anche nello sviluppo di terapie. E in primis per capire come colpisce le cellule, e così i suoi ospiti. Lo studio di Farzan e colleghi – un preprint disponibile al momento su bioRxiv – riguarda esattamente questo aspetto, partendo dall’osservazione che alcune regioni del genoma di Sars-Cov-2 mostrano una particolare variabilità genetica, con una mutazione nello specifico che sembrerebbe essere stata riportata più frequentemente a partire da febbraio in poi, e che potrebbe suggerire, si legge, un vantaggio di trasmissione. La mutazione in questione è nota in codice come D614G, colpisce la proteina spike del coronavirus – quella grazie cui il virus riesce ad agganciare le cellule ospiti, legandosi al recettore Ace2. Nel dettaglio la mutazione determina, nella proteina, il cambio di un amminoacido (una glicina al posto di un acido aspartico), con cambiamenti a valle nella conformazione che si rifletterebbero anche sulla funzionalità del virus.

Più flessibilità per le proteine spike

La mutazione in sé infatti si colloca in una regione della proteina spike – divisa a sua volta in due diversi subununità, S1 e S2 – che ne aumenta la flessibilità e di conseguenza la stabilità. Normalmente infatti, senza mutazione, la proteina spike non sarebbe particolarmente stabile, semplificando potremmo dire che si spezza con relatività facilità. “Il numero – o la densità – di proteine spike funzionali del virus è 4 io 5 volte maggiore grazie a questa mutazione – ha aggiunto Hyeryun Choe, parte del team – i virus con questa mutazione erano molto più infettivi di quelli senza nei sistemi cellulari che abbiamo utilizzato”. Sì, perché per ora, l’ipotesi di una maggiore flessibilità e dunque stabilità della proteina spike è stata testata solo su colture cellulari e soprattutto senza l’uso di isolati virali, come ricorda anche il direttore dell’Istituto di genetica molecolare Luigi Luca Cavalli Sforza del Cnr Giovanni Maga a Wired: “Nello studio sono stati utilizzati altri virus ai quali è stato fatta esprimere la proteina spike mutata o particelle pseudovirali, ovvero che esprimevano alcune componenti di Sars-Cov-2, messi a confronto con l’efficacia della proteina spike non mutata”.

Cosa vuol dire che il coronavirus è più stabile

E se da una parte gli esperimenti in laboratorio confermano che la mutazione aumenta la densità e la resistenza della proteina spike – che tende così ad accumularsi di più sulla superficie del virus, ad aumentarne in qualche modo il rivestimento – dall’altra non ci sono evidenze che questo renda il virus più cattivo, riprende Maga: “Il vantaggio conferito dalla mutazione è un’aumentata probabilità di legarsi alle cellule bersaglio, ma non ci sono prove né che questo aumenti né la forza del legame, né che aumenti il potenziale citopatico del virus, né che dia resistenza agli anticorpi sviluppati contro Sars-CoV-2”.

Gli scienziati hanno infatti osservato che il plasma di persone infette riusciva a neutralizzare allo stesso modo gli pseudovirus con le proteine spike mutate, scrivono. Una buona notizia per i vaccini in via di sviluppo, ammettono, e sottolinea anche Maga: “Questa mutazione che è diventata più frequente nel virus può avergli conferito un vantaggio, perché poteva aumentarne l’infettività. Questi dati, se confermati, potrebbero così contribuire a spiegarne la velocità di diffusione epidemiologica ma non, a quanto pare, gli aspetti clinici e la capacità del virus di essere neutralizzato”. Tanto che sono gli stessi autori a sottolineare che non è ancora chiaro come queste mutazioni impattino sula malattia, Covid-19, che effetti abbiano sulla trasmissibilità nel real world. Per quel che ne sappiamo, conclude Maga, il virus non muta abbastanza frequentemente, e ha un tasso di mutazione paragonabile a quello dei virus influenzali.

Via: Wired.it

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(Foto: NIAID via Flickr CC)

Anna Lisa Bonfranceschi

Giornalista scientifica, a Galileo Giornale di Scienza dal 2010. È laureata in Biologia Molecolare e Cellulare e oggi collabora principalmente con Wired e La Repubblica.

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