La cura delle parole in 21 racconti

Sofferenza, speranza, pazienza… sono dense e significative le parole delle donne e degli uomini che in “Da qui in poi” (UTET 2016, pp.112, 15,00 Euro) raccontano la convivenza con la malattia. Mettere nero su bianco sentimenti ed emozioni tanto difficili da esprimere aiuta così i pazienti a prendere coscienza delle difficoltà superate e di quelle ancora da superare. E’ una “cura delle parole”: parlando di sé i malati diventano persone davanti ai loro stessi occhi, e imparano a non vedersi soltanto come contenitori di terapie: si distaccano in parte dalla sofferenza, diventano protagonisti e assumono una individualità che comprende anche la malattia che li accompagna quotidianamente.

Motivo comune di tutti i racconti è dunque la voglia di andare avanti, la consapevolezza e l’orgoglio di essere vivi nonostante tutto, la sensazione di poter continuare la lotta contro il male e la speranza di vincerla. Ma è comune anche l’angoscia davanti alla diagnosi, e la domanda che resta sempre senza risposta: “perché proprio a me?”.

Fa parte della nostra cultura considerare la malattia come una punizione per colpe mai commesse. E’ difficile insomma accettarne la casualità, come se comunque, su una bilancia invisibile, si dovesse pareggiare con la propria sofferenza qualche male compiuto: “cosa ho fatto per meritarmi questo”. Ed è difficile non cercare una giustificazione, una causa delle proprie sofferenze. Eppure, nonostante l’angoscia di questo atteggiamento iniziale, la voglia di essere più forti del male prende spesso il sopravvento, in genere con l’aiuto dei medici e dei propri cari. Quando guarire comporta tempi lunghi e soluzioni incerte, si impara a convivere coraggiosamente con la malattia e la pesantezza delle terapie, si riesce a parlarne e a superare il timore di pronunciarne anche solo il nome. Si lotta e talvolta si vince, moralmente, anche se il corpo resta malato.

da-qui-in-poiNella sua prefazione, il filosofo Umberto Galimberti insiste sulle componenti oggettive e soggettive del sapere medico, mettendo in evidenza una quasi inconciliabile differenza tra il cercare di rimuovere clinicamente la causa di una malattia e la comprensione anche empatica della persona malata. Eppure sembra arrivato il tempo, per i medici, per i pazienti e per tutti noi, di comporre questa dicotomia tra il sé e il proprio corpo, riaffermandone l’unità non solo terapeutica. Riconoscere dunque che non si possiede un corpo, ma che si è il proprio corpo. Grazie alle nuove pratiche di storytelling e di medicina basata sulla narrazione i medici stanno imparando a curare nello stesso tempo la persona con la sua malattia e la malattia nella persona che la porta. Ma questa stretta relazione deve entrare nella nostra cultura complessiva, ed essere accettata, vissuta ed elaborata anche da chi non si è ancora confrontato con la sofferenza.

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