La Data Science indaga il codice di Beethoven

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Ascoltando la Nona di Beethoven, chiunque di noi percepisce la travolgente grandezza del compositore tedesco, anche senza conoscere le tecniche che ha usato per lasciarci a bocca aperta. Musicisti ed musicologi, invece, da sempre analizzano la musica di Beethoven per scoprire come siano costruite le sequenze armoniche, quali caratteristiche le rendano così inconfondibili. E ora, per la prima volta, un gruppo di ricercatori dell’Ecole Politechnique di Losanna (Epfl) ha pensato di decodificare la scrittura musicale di Ludwig Van Beethoven con gli strumenti della Data Science, l’analisi statistica.

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Manoscritto del Quartetto op. 18, n. 14 in Do minore. Crediti immagine: Wikipedia

Il genio di Beethoven

Misantropo, sordo, perfino brutto, ma genio: questa è la fama di Ludwig Van Beethoven, tra i più grandi compositori di sempre. Alcune composizioni di Beethoven sono rimasti nell’immaginario collettivo e sono tra i capolavori della musica europea. Di lui ricordiamo soprattutto la Nona sinfonia, col corale che canta il famoso Inno alla gioia, scritto dal poeta Friedrich Schiller, oppure il violento inizio della Quinta sinfonia. Classici che all’epoca erano vere e proprie novità: fu Beethoven, ad esempio, il primo a mettere un coro in una sinfonia, proprio nella Nona. Anticipatore del romanticismo, allora come oggi il musicista era considerato un genio, tanto che, alla fine, ai suoi funerali parteciparono quasi 20 mila viennesi. Quello che ci ha lasciato sono nove sinfonie, un’opera lirica, Il Fidelio, cinque concerti per pianoforte e orchestra, 32 sonate per pianoforte e moltissime altre composizioni, tra cui i Quartetti per archi.

Digitalizzare i Quartetti

Ed è proprio a partire dagli spartiti dei Quartetti per archi che i ricercatori dell’Ecole Politechnique di Losanna (Epfl) hanno preso le mosse creando un database con le partiture in formato digitale, per un totale otto ore di musica, con l’obiettivo di studiare regolarità e ricorrenze. Si tratta di sedici composizioni, in diverse tonalità (per esempio, La minore, Mi bemolle maggiore), scritte per un quartetto d’archi – due violini, viola e violoncello – che coprono tutto l’arco della vita di Beethoven: il primo completato a trent’anni, a ridosso del 1800, l’ultimo, quello in Fa maggiore, nel 1826, poco prima di morire.

Quartetto op. 18, n. 4 in Do minore, eseguito da Orion String Quartet, Isabella Stewart Gardner Museum

“I nuovi metodi della statistica e della scienza dei dati ci permettono di analizzare la musica in modi inediti”, dice Martin Rorhmeier dell’Istituto di Digital Humanities dell’Epfl, tra gli autori dello studio pubblicato su Plos One. “Abbiamo analizzato ogni accordo”, aggiunge Fabian Moss, cofirmatario dell’articolo, “e li abbiamo contati: sono mille e ricorrono 30 mila volte nei Quartetti.

Fabian Moss racconta la ricerca

Come scovare la firma di Beethoven

Lo studio ha anche analizzato la distribuzione degli accordi, individuando le transizioni e le successioni di accordi più diffuse: ecco la firma di Beethoven. Per esempio, una successione che ritorna più volte è la “cadenza perfetta“, cioè il passaggio dalla dominante alla tonica (per intenderci, dal sol al do, per esempio), essenziale in tutta la musica occidentale, dal barocco al rock.

“Spesso la teoria musicale – conclude Moss – non descrive come le cose sono, ma piuttosto come dovrebbero essere. Noi abbiamo fatto questo lavoro per aiutare a capire come i compositori scrivono musica. Ovviamente ci sono grandi differenze tra gli artisti, perciò ci piacerebbe espandere la ricerca ai compositori dell’Ottocento, come Chopin e Liszt, includendo anche altre dimensioni come il ritmo, il tempo e gli strumenti usati”.

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