Onu: facciamo largo alle donne nella scienza

C'è ancora un'ampia disparità di genere nella scienza: solo il 30% dei ricercatori è di sesso femminile. A farlo sapere è l'Onu in occasione della “Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza”

donne e scienza
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30% contro 70%. E’ questo, nel 2019, il rapporto donne-uomini nella scienza riportato dall’Onu in occasione della “Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza” che ricorre oggi 11 febbraio. Dal 2016, l’iniziativa si celebra in tutto il mondo per esortare i governi a promuovere la presenza delle donne nella scienza, ricordando il valore di tante scienziate, spesso rimaste in ombra pur avendo contribuito a importanti risultati e applicazioni in ambito scientifico. Un esempio “fresco di cronaca” la chimica britannica Rosalind Frankin – alla quale pochi giorni fa è stato intitolato il rover di ExoMars, la missione spaziale che nel 2020 partirà alla volta del pianeta rosso alla ricerca di tracce di vita.  Il suo ruolo nella scoperta della doppia elica del DNA da parte di James Watson e Francis Crick, che per questo  vinsero il Nobel per la Medicina nel 1962, è stato riconosciuto ufficialmente 30 anni dopo, grazie agli storici: i due scienziati si erano limitati a citare il lavoro di Franklin in una nota in calce al loro paper su Nature.

Donne da ringraziare

Una vecchia, consolidata e anche dura a morire consuetudine quella di “silenziare” il contributo delle donne nella scienza.  Il caso di Rosalind Franklin era un tempo la normalità. Uno studio pubblicato in questi giorni su Genetics ha preso in esame 883 paper pubblicati, dal 1970 al 1990, sulla rivista Theoretical Population Biology, rilevando i tra gli autori degli studi per oltre il 90% nomi maschili. Curiosamente, però, se si guarda alle note di ringraziamento il contributo femminile appare ben più consistente:  nel 43,2% dei casi  a essere ringraziate per l'”organizzazione della ricerca” sono delle donne, mentre tra gli autori sono il 7,4%. La differenza è ancora più marcata tra le pubblicazioni dell’anno 1970, dove il 58,6% delle persone ringraziate sono ricercatrici, e solo il 7% anche autrici. Una bella differenza quando si tratta di fare carriera e di documentare i propri meriti scientifici. Eppure, si osserva nello studio pubblicato su Genetics, alcune di queste scienziate, citate ripetutamente nei ringraziamenti, hanno contribuito in maniera creativa e importante alla realizzazione delle ricerche e alla messa in atto dei progetti.

Negli anni la presenza delle donne nei ringraziamenti è calata progressivamente, riflettendo, secondo gli autori dello studio, un trend generale nel mondo del lavoro, per cui l’attività organizzativa, tradizionalmente  considerata un “lavoro femminile” (pink collar job), è diventata via via più prestigiosa, e appetibile per lo scienziato maschio.

Ancora troppo poche donne nella scienza

I numeri dell’Onu ci dicono che, per quanta strada fatta, siamo ancora ben lontani da un barlume di parità tra uomini e donne nelle carriere scientifiche. E non certo per incompetenza o scarsa inclinazione del genere femminile per alcune discipline o per il lavoro di ricerca: come dimostrano studi e dati statistici, fino all’università le ragazze sono altrettanto se non più brave dei loro compagni. Certo, le ragazze che si iscrivono alle facoltà Stem (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica) sono poche: in coda c’è informatica (solo il 3% delle giovani), seguita da scienze naturali, matematica e statistica (5%), ingegneria e processi produttivi legati alle costruzioni (8%). Ma la ragione di questo disinteresse per le materie tecnico scientifiche è soprattutto culturale, incistata nel pregiudizio che vede gli studi “umanistici”  più abbordabili e consoni a una carriera femminile, con effetti sin dall’infanzia . Globalmente, solo il 30% delle studentesse sceglie percorsi legati alle discipline Stem nell’istruzione superiore, secondo un rapporto pubblicato nel 2017 dall’Unesco. E questo gap si riflette nel mondo del lavoro: su 10 ricercatori, 3 sono donne e 7 sono uomini.

Insomma, tra storico silenziamento da parte dei colleghi maschi e radicato pregiudizio (nella società e anche nelle stesse donne d)  si capisce perché dal 1903 sono solo 17 le donne che hanno vinto un premio Nobel in fisica, chimica o medicina (2 quelli di Marie Curie) contro ben 572 uomini, neanche il 3% del totale di questi premi.

Donne e scienza: la giornata mondiale

La Giornata Internazionale per le donne e le ragazze nella scienza voluta dall’Onu ha come obiettivo proprio quello di   “trasformare la parità di genere nella scienza da sogno a realtà”, come si legge nella pagina ufficiale della manifestazione. A livello di formazione e a livello professionale. La parità di genere nella scienza – tra i punti dell’Agenda dello Sviluppo sostenibile – è uno dei 17 obiettivi internazionali che l’Onu vuole raggiungere entro il 2030.

Il messaggio è che per l’umanità e per la scienza è importante investire nelle donne. Per questo è necessario far capire a tutte e a tutti che chiunque può formarsi e lavorare in qualsiasi ambito, anche in quelli scientifici e tecnologici, con successo. E sperare di emulare la grande Rosalind Frankiln, magari con qualche gratificazione in più.

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