John Brockman
Le più grandi invenzioni degli ultimi due millenni
Garzanti, 2000
La sedia è una delle invenzioni più importanti di tutti i tempi. Con quest’attrezzo l’uomo soddisfa un suo antico desiderio, quello di “mettersi ad una certa altezza” dal suolo. A ben guardare anche le scale possono considerarsi una gran trovata, per lo stesso motivo delle seggiole. Due idee originali. Forse un po’ insolite e bizzarre, ma nel libro di John Brockman – Le più grandi invenzioni degli ultimi due millenni, edito da Garzanti – di curiosità ce ne sono molte. Per la verità, nonostante il titolo, parecchie delle invenzioni riportate hanno ben più di duemila anni. E ciò non fa che rendere più ricca l’opera di Brockman.
Quale può essere allora l’invenzione geniale che ha cambiato il modo di vivere, o di pensare, o di agire sulla realtà? Di cosa non potremmo fare a meno oggi, che sia stato ideato, costruito, approntato da uomini dei secoli passati per noi uomini del ventunesimo secolo? Sono le domande che Brockman ha rivolto a intellettuali di diversa estrazione – matematici, antropologi, fisici, biologi, medici, giornalisti – in un censimento via Internet, lanciato dal sito www.edge.org. E le risposte sono ora serie e un po’ scontate, ora stravaganti e singolari.
Assieme alla stampa a caratteri mobili di Gutenberg, o ai numeri arabi, o ancora al computer e a Internet – invenzioni quasi scontate in questa classifica ideale – compaiono alcune segnalazioni che spiccano invece per la fantasia di chi le ha proposte. Come il marketing, per esempio. Secondo lo psicologo Geoffrey Miller è proprio questa “la vera rivoluzione invisibile degli anni Sessanta”. Se prima le aziende tentavano di convincere la gente a comprare ciò che esse stesse avevano già deciso di produrre, a partire da quel decennio il rapporto si ribalta. Sono ora i clienti a dettare le regole della produzione. Le aziende non fanno altro che produrre in base ai desideri della gente. Per questo “il marketing è una forma di democrazia. Anzi, la democrazia non è altro che il marketing applicato al governo”. Quindi, esso è “contro l’arroganza, contro il potere e contro le idealizzazioni”.
Ma non mancano nemmeno oggetti di uso talmente quotidiano da passare quasi inosservati, come il cesto o lo specchio. Chi direbbe mai che si tratta di due delle invenzioni più apprezzabili? Il cesto perché “senza la possibilità di raccogliere gli oggetti, non si può avere una società, né poco né molto complessa”; lo specchio perché “ha mostrato a ciascun uomo come appare agli altri e ha reso possibile la moderna visione dell’autocoscienza”.
Altra invenzione, altra rivoluzione: l’aratro, che ha davvero cambiato il mondo fin dai tempi di Caino e Abele. Racconta Colin Tudge, della London School of Econimics, che l’agricoltura basata sull’aratura del terreno inizia nell’istante in cui Caino uccide il fratello, quando cioè “il lavoratore del suolo uccide il mite padrone”. Da allora i contadini s’impadroniscono del paesaggio, ne cacciano via gli animali, lo modificano e lo trasformano secondo le proprie necessità.
Insomma di proposte, nel libro, ce ne sono molte e varie. Si potrebbero elencare ancora l’orchestra sinfonica, il fieno, l’anestesia, la pillola anticoncezionale, la frase interrogativa, le caravelle, la teoria dei quanti o l’orologio. La bomba atomica (purtroppo) e anche perché no, il thermos.
Ma, alla fine, come riconoscere un’invenzione importante dalle altre che lo sono meno? Possibile risposta: forse le grandi invenzioni, prodotte da un unico genio, non esistono. Esse sono piuttosto il frutto del lavoro di “una lunga serie di menti creative, nessuna delle quali insostituibile”.





