Migranti, uno su quattro torna nel paese di origine

flussi migratori
(Foto via Pixabay)

Per quanto scomoda, è la verità: i paesi più avanzati, principale meta dei flussi migratori, non possono fare a meno dell’immigrazione. In Europa, ma anche negli Usa, la popolazione è in calo ormai da decenni (in Italia il primo saldo negativo tra nuovi nati e morti risale al 1993). E se non fosse per i nuovi arrivati, il declino sarebbe ancora più rapido. L’immigrazione internazionale, infatti, aiuta a colmare le carenze del mercato del lavoro e, se ben gestita, rappresenta una risorsa e non un onere economico, come racconta una certa narrativa oggi imperante. Più che respingerli, quindi, gli immigrati dovremmo accoglierli a braccia aperte, e non per generico buonismo ma per calcolo economico.

Certamente, gestire un flusso migratorio richiede impegno e capacità politiche e organizzative, non solo a livello nazionale. A cominciare dalla disponibilità di dati attendibili sull’entità e la tipologia dei flussi migratori. Numeri e stime sulle migrazioni sono infatti imprecisi, basandosi su assunzioni spesso irrealistiche. Ad esempio, il metodo più usato, quello della migrazione minima, si basa sull’assunto che il flusso di persone fra due paesi sia sempre il minore possibile. Abbandonando questo approccio, due ricercatori dell’Università di Washington hanno messo a punto un nuovo metodo per stimare i flussi migratori, arrivando a risultati inattesi. Ricalcolando i tassi di migrazione globale nell’arco di 25 anni, dal 1990 al 2015, con un metodo di pseudo-Bayes, Adrian Raftery e Jonathan Azose sono arrivati alla conclusione che un migrante su quattro torna nel paese di origine, un dato finora sottostimato. La ricerca è stata pubblicata su PNAS.

Un migrante su quattro torna a casa

Il nuovo metodo permette di stimare i flussi migratori tra coppie di paesi, dividendo il fenomeno in emigrazione, transito e migrazione di ritorno, considerando come migrante una persona che si ferma nel paese d’arrivo per almeno un anno. Secondo gli autori dello studio, dal 1990 al 2015 il tasso di migrazione globale, cioè la percentuale di popolazione mondiale che si è spostata in un altro stato, è rimasto pressoché costante, tra l’1.13% e l’1.29%. I numeri parlano di un numero totale di migranti tra i 67 e gli 87 milioni per ogni quinquennio analizzato tra il 1990 e il 2015. Con il metodo della migrazione minima la stima per gli stessi periodi è tra 34 e 46 milioni. L’emigrazione rappresenta il 60% dei flussi totali, mentre il transito non supera mai il 9%.

Un dato sorprendente invece riguarda la migrazione di ritorno: nel periodo considerato, circa un migrante su quattro sarebbe tornato nel paese di origine (una percentuale variabile dal 26 % al 31% per ogni quinquennio), un numero decisamente più alto rispetto alle stime precedenti. È proprio la migrazione di ritorno, sottostimata finora, a causare numeri di migrazione totale decisamente più alti. Ad esempio, di recente ci sarebbe stata una grande migrazione di ritorno dagli Usa verso il Sud America e dal Golfo persico verso il Sud dell’Asia.

“La migrazione di ritorno che abbiamo stimato, più alta che negli altri metodi, è supportata anche dai dati storici” ha chiarito Raftery. “Ad esempio, durante il genocidio nel Ruanda nel 1994, più di un milione di migranti ha lasciato il paese, ma la maggior parte di loro è tornata entro tre anni dalla fine del conflitto”.

Calcoli difficili per i flussi migratori

Fare questo tipo di stime sui flussi migratori è molto complicato, in particolare per la migrazione di ritorno. Le stime possono essere falsate dalle migrazioni irregolari e da una raccolta dati scadente, specialmente nei paesi in via di sviluppo, che non fornisce dati utili ai demografi. E così i censimenti della popolazione, che registrano il luogo di nascita ma quasi mai la data in cui ci si è spostati, dato essenziale per ottenere un quadro realistico dei flussi.

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(Credits immagine: Azose and Raftery, PNAS, 2018)

Il nuovo metodo, ammettono i ricercatori, è condizionato dalla qualità dei dati in ingresso forniti dai paesi e dalle organizzazioni sovranazionali, e dunque i risultati ottenuti  devono essere presi con cautela, considerato il grado di incertezza che si portano dietro.

Per  capire quanto sia cruciale la qualità dei dati, i ricercatori fanno un esempio: secondo le Nazioni Unite, i siriani in Germania erano 51mila nel 2010 e 53mila nel 2015.  Ma il dato del governo tedesco per il 2015 è quasi i doppio: 137mila.  Partendo dai dati ONU, spiegano i ricercatori sia il modello della migrazione minima sia il modello pseudo-Bayes danno numeri decisamente inferiori, calcolando, rispettivamente, una presenza di 5mila e di 11mila siriani, ben lontani dal numero registrato dal governo tedesco. In definitiva, avvertono i ricercatori, se i dati di input sono ‘falsati’, ovvero non tengono conto di tutte le tipologie di migranti ma solo di alcune (escludendo per esempio, i rifugiati), il modello statistico genera un risultato irrealistico.

Come colmare i dati sulle migrazioni

“Le migrazioni sono molto di più del semplice binomio paese di partenza-paese d’arrivo”, dice Raftery, ” e la comunità scientifica da anni anni cerca di sviluppare metodi statistici per stimare correttamente i flussi migratori”. Ogni anno l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) pubblica un rapporto sui flussi fra i 35 stati membri, mentre in Europa esiste il progetto Imem (Integrated Modelling of European Migration) che stima i flussi fra i 31 paesi dell’Unione usando i dati dei registri su arrivi e partenze – dove disponibili – combinati con le stime migliori dei flussi che di solito vengono sottostimati. “Questo approccio – spiega il ricercatore – funziona bene quando lo spostamento avviene tra paesi sviluppati, ma non è adeguato quando i dati a disposizione sono scarsi o inaffidabili, come nelle migrazioni fra paesi in via di sviluppo, le migrazioni ‘sud-sud'”.

Il metodo di pseudo-Bayes, spiegano gli autori dello studio,  può essere di aiuto nei casi in cui non ci sono  dati utili sulle richieste d’asilo, perché riesce a produrre stime anche dove il metodo delle migrazioni minime dà un risultato nullo, cioè per quelle coppie di paesi dove non esistono sorgenti di dati primarie.  In futuro, Raftery e Azose intendono perfezionare il nuovo metodo, distinguendo fra rifugiati – che hanno un loro metodo di conteggio – e altri tipi di migranti, e integrando i  dati provenienti da enti non governativi e social media.

Riferimenti: PNAS

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