HomeAmbienteDa Gaza all’Ucraina, i veleni della guerra che restano per decenni

Da Gaza all’Ucraina, i veleni della guerra che restano per decenni

“La guerra si deve combattere con le armi, non coi veleni“, dicevano i Romani, che consideravano la guerra chimica un atto vile, subdolo e contrario alla fides (la lealtà e la parola data). Un paio di millenni dopo, sarà il premio Nobel per la Chimica Roald Hoffmann a dover sottolineare che “non ci sono molecole cattive, ci sono solo uomini cattivi”. Eccoli allora, gli uomini cattivi del XX e XXI secolo: in tutti i conflitti, a cominciare dalla Grande Guerra, le armi chimiche sono ormai diventate protagoniste indiscusse. Non solo: è la guerra stessa a generare veleni che presenteranno un conto salatissimo alle popolazioni e all’ambiente, per lunghi anni a venire. Così, alle infinite vittime dei bombardamenti si aggiunge la catastrofe ecologica.

Gaza: 61 milioni di tonnellate di detriti

Prendiamo per esempio il conflitto mediorientale. La guerra a Gaza, dicono i pochi numeri a disposizione, ha generato 61 milioni di tonnellate di detriti, pari al volume di 25 torri Eiffel. Il 15% di queste rovine è contaminato da amianto, rifiuti industriali, metalli pesanti. E poi ci sono ovunque ordigni inesplosi, materiali infiammabili. In una regione dove il sistema di gestione dei rifiuti solidi e liquidi risulta completamente sconvolto (secondo le stime dell’UNEP, ogni giorno almeno 100mila metri cubi di liquami finiscono dispersi nel terreno o nel Mediterraneo), tornare a una parvenza di normalità richiederà più di una decina di anni dopo la fine del conflitto.

L’amianto, l’eredità peggiore

L’amianto, in particolare, è quello che lascerà l’eredità peggiore. Dalle macerie e durante i crolli e incendi in seguito ai bombardamenti, le fibre di questo minerale vengono rilasciate in atmosfera, dove sono respirate dalla popolazione. I danni non sono quantificabili nel breve termine, perché la latenza fra l’esposizione all’asbesto e lo sviluppo dei tumori correlati è di oltre 40 anni. Ma per decenni la popolazione della Striscia resterà esposta al rischio di sviluppare tumori, come il mesotelioma pleurico, il carcinoma del polmone, della laringe e dell’ovaio, cioè le principali neoplasie legate all’esposizione alle fibre di amianto.

Ucraina: la guerra dopo la guerra

Anche in Ucraina l’amianto è stato utilizzato in maniera estensiva in edilizia fino a tempi recenti. Lo United Nations Office for Disaster Risk Reduction ritiene che circa il 60% dei tetti del paese sia rinforzato con questo materiale. Così la massiccia distruzione degli edifici a causa dei bombardamenti russi sta creando milioni di tonnellate di detriti pericolosi. È “la guerra dopo la guerra”, commenta Matteo Guidotti, primo ricercatore dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Chimiche “Giulio Natta” del Cnr di Milano (Cnr-Scitec), nel corso delle Giornate dell’etica organizzate nei giorni scorsi da AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e Fondazione AIOM, e dedicate a “Guerra, salute globale e oncologia”. Perché le armi, oltre che mortali, sono anche inquinanti. “Parliamo innanzitutto di metalli pesanti e di inquinanti come piombo, rame, zinco, arsenico, antimonio, tungsteno e uranio, rilasciati da proiettili, granate, missili e munizioni perforanti. A questi si aggiungono gli inquinanti azotati persistenti degli esplosivi nitroaromatici e nitroalifatici, e i composti a rischio multiplo — al tempo stesso esplosivi e tossici, o interferenti endocrini — come il fulminato di mercurio, gli azoturi, l’idrazina e i perclorati, presenti in detonatori, inneschi, propellenti e combustibili per razzi”. Ci sono poi le sostanze estremamente tossiche, come il fosforo bianco, in grado di uccidere in poco più di un minuto. E i cosiddetti forever chemicals — PFAS, amianto, composti clororganici — sostanze, spiega Guidotti, “destinate a rimanere nell’ambiente per decenni e decenni“. Infine i componenti “tossici by design”, pensati cioè per essere velenosi fin dall’origine: organofosforici, ipriti allo zolfo e all’azoto, lewisite, rilasciati da armi chimiche persistenti, abbandonate, inesplose o smaltite in modo scorretto.

Il salto di qualità: da 32 a 77 elementi nelle armi

La storia dice che il “salto di qualità”, se così si può dire, avviene nell’ultimo secolo. Per capirlo basta mettere a confronto la tavola periodica del 1914 con quella attuale: il numero di elementi chimici con impieghi documentati nei sistemi d’arma sale da 32 a 77, un aumento che segnala quanto la minaccia chimica si sia moltiplicata e diffusa. Ad innescare questo salto, secondo Guidotti, è stata la Prima guerra mondiale. La carneficina del 14-18 affonda infatti le radici nell’ingresso massiccio della tecnologia sui campi di battaglia: automezzi, aerei, dirigibili, sottomarini, esplosivi, nuove leghe metalliche. E armi chimiche. È infatti il 1915 che ne segna l’esordio su larga scala: cloro, fosgene, cloropicrina, iprite.

Le conseguenze ambientali restano visibili a distanza di oltre un secolo: nelle “zone rosse” attorno a Lille, in Francia, e in Belgio, il terreno è ancora carico di metalli pesanti provenienti dal munizionamento sparato e da quello inesploso. Sul fronte francese della Grande Guerra ci sono piombo e mercurio, le falde acquifere sono contaminate, la pastorizia è impossibile. Si cammina su ordigni inesplosi (fino a 300 per ettaro) e concentrazioni di arsenico fino a 170 grammi per chilometro di suolo.

Bari 1943: il carico segreto della John Harvey

Anche la Seconda guerra mondiale ha lasciato la sua eredità tossica. Il 2 dicembre 1943, poche settimane dopo l’armistizio dell’8 settembre, la Luftwaffe attaccò le navi alleate ormeggiate nel porto di Bari affondandone 17 e danneggiandone gravemente altre 8. Tra queste, la John Harvey trasportava un carico segreto di munizioni all’iprite. Nei 48 giorni successivi, la popolazione di Bari registrò un’incidenza di linfomi particolari molto superiore alla media delle altre zone italiane.

Vietnam: l’agente arancio e la diossina

In Vietnam del Sud, tra il 1961 e il 1971, le massicce irrorazioni di agente arancio ebbero un effetto analogo: il 2,4-D che lo componeva ha una struttura chimica affine a quella della 2,3,7,8-tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD), la più tossica e studiata delle diossine, tristemente nota in Italia come “diossina di Seveso”. A distanza di oltre 50 anni, la contaminazione del suolo da diossina in quell’area resta superiore ai valori di sicurezza, non solo in Vietnam ma anche in Laos e Cambogia, e lungo tutto il sentiero Ho Chi Minh.

Uranio impoverito e tungsteno

Un discorso a parte meritano uranio e tungsteno. Il munizionamento all’uranio impoverito, usato dagli Stati Uniti dalla fine degli anni Settanta nella prima guerra del Golfo (1991) e nei conflitti balcanici in Bosnia e Kosovo non è classificato come arma chimica, perché non viene impiegato per il suo effetto tossico diretto. E tuttavia si tratta di una sostanza radioattiva, con un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi di anni, e una tossicità paragonabile a quella di piombo e mercurio.

Nei conflitti attuali, come quello in Ucraina o nel Golfo persico, si sommano oggi diversi fronti di contaminazione: i bombardamenti ai depositi di carburante liberano polveri sottili e ultrafini (PM10, PM2,5); gli impianti industriali colpiti rilasciano ammoniaca e acido solforico; si utilizzano munizioni al piombo, arsenico, mercurio, tungsteno e ordigni al fosforo bianco.

I danni dell’ecocidio

L’entità reale di questi danni ambientali, sottolinea Guidotti, si potrà misurare soltanto a conflitto concluso, per evidenti ragioni di sicurezza. Ma le popolazioni che tornano ad abitare i territori colpiti spesso si trovano di fronte ad ambienti compromessi in modo permanente. È anche per questo che si parla sempre più spesso di ecocidio, le cui stime economiche, per quanto ancora provvisorie, raggiungono cifre paragonabili ai bilanci di interi Stati.

A queste minacce “storiche” si aggiungono oggi le nuove tecnologie. È il caso dei droni a guida di fibra ottica, in silice o in materiale polimerico, con cavi lunghi fino a 20-25 chilometri ciascuno: in Ucraina i campi ne sono letteralmente ricoperti, al punto che gli uccelli hanno iniziato a costruirci i nidi. Un altro segnale di come anche le nuove armi condizionino l’ecosistema in modo permanente.

Alla tragedia umana delle persone che nei conflitti armati hanno perso la casa, gli affetti, la vita, si sommano insomma conseguenze ambientali a breve termine — degradazione del territorio, inquinamento, deforestazione, perdita di biodiversità e di risorse idriche — e a lungo termine: spostamenti forzati e dislocazioni delle popolazioni, cambiamenti climatici legati alle emissioni di gas climalteranti, nuove tensioni e potenziali conflitti per il controllo delle risorse residue.

Foto di Jeff Kingma su Unsplash

RESTA IN ORBITA

Articoli recenti