L’iprite dimenticata

Le acque pugliesi sono infestate da grandi quantità di pericolose armi chimiche. Soprattutto iprite: ciò che resta del carico segreto di un mercantile americano affondato durante la Seconda guerra mondiale nel porto di Bari. Solo oggi, a più di cinquant’anni dall’esplosione della nave e dopo oltre 250 casi accertati di contaminazione, il ministero dell’Ambiente ha avviato una campagna per localizzare i micidiali ordigni. Galileo ne ha parlato con Ezio Amato, biologo dell’Icram e responsabile del progetto

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Centinaia, forse migliaia, di ordigni chimici a base di iprite, giacciono nei fondali pugliesi, tra il Gargano e Bari. In silenzio da oltre cinquant’anni, ma non inoffensivi: 250 sono i casi accertati di contaminazione, di cui quattro mortali, dal dopoguerra a oggi. Le principali vittime sono i pescatori, che spesso tirano fuori dall’acqua le bombe rimaste impigliate nelle reti, ricavandone ustioni e vesciche su occhi, viso e mani. Una volta penetrata nell’organismo attraverso la pelle, poi, l’iprite può fissarsi nei tessuti e intossicare l’intero organismo in 24 ore.

L’iprite, dal nome del villaggio belga di Ypres (o Ieper come scrivono i fiamminghi) dove venne usata la prima volta dai tedeschi, deve la sua triste fama all’uso che se ne fece durante la Prima guerra mondiale. Pur essendo stabile a temperatura ambiente, se fatta esplodere sprigiona un gas mortale, il gas mostarda. E tuttavia, seppure qualcosa si sa degli effetti dell’iprite a contatto con l’aria, poco si conosce ancora del suo comportamento nell’ambiente acquatico. Per questo il ministero dell’Ambiente ha chiesto all’Icram, l’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare, di valutarne le conseguenze sull’ecosistema marino. Una ricerca quasi pionieristica, ostacolata anche dal segreto militare. Così, tra mille difficoltà, è partito il progetto Acab (Armi chimiche affondate e benthos), sotto la direzione del biologo marino Ezio Amato.

Come dimostrano i numerosi episodi di contaminazione registrati in tutto il mondo, queste armi chimiche sono rimaste in circolazione anche dopo l’approvazione della Convenzione di Ginevra del 1925, che le mise al bando. E a tutt’oggi rimane il problema di come gestire questa eredità. La situazione è resa più grave dall’abitudine di sbarazzarsi dei residuati bellici facendoli sprofondare in mare. Il progetto Acab, la cui prima fase si è conclusa nell’ottobre scorso, ha dovuto fare i conti con la scarsità di informazioni e di dati ufficiali, ma ha comunque permesso di delimitare l’area su cui concentrare le ricerche. La seconda fase di campionatura e identificazione delle sostanze sarà portata a termine entro la fine dell’estate.

Dottor Amato, come mai questo tipo di armamenti, banditi dalla comunità internazionale già settant’anni fa, si ritrovano oggi in grandi quantità davanti alle coste pugliesi?

“E’ una complessa catena di eventi. Tutto parte dal bombardamento del porto di Bari del 2 dicembre del ‘43 da parte delle forze tedesche, che causò l’affondamento di 16 navi. Tra queste c’era la John Harvey, una nave americana che nascondeva a bordo 2.000 bombe all’iprite. Infatti, anche se erano state bandite nel ‘25, tutti i belligeranti ne disponevano segretamente anche durante l’ultima guerra mondiale. La maggior parte delle bombe del cargo esplose nel corso dell’attacco, provocando moltissime vittime tra la popolazione civile e militare. Una volta terminato il conflitto, la Marina militare italiana provvide alla bonifica del porto: la strategia era quella di recuperare tutti gli ordigni per poi riaffondarli, ad almeno 1000 metri di profondità. Ma parallelamente a queste attività ufficiali, anche alcuni privati cominciarono a cercare gli ordigni sommersi, per recuperare la preziosa polvere da sparo. Naturalmente, tra il materiale recuperato venivano trovate anche le bombe cariche di aggressivi chimici. Ma queste, non avendo alcun valore economico, venivano rigettate in mare, senza alcun controllo da parte delle autorità militari. Il risultato è che ora, di questi pericolosi ordigni chimici, se ne trovano anche a profondità molto inferiori, fino a 150 metri, e soprattutto non si sa dove sono localizzati di preciso”.

Come avete disegnato la mappa dell’area infestata dalle bombe?

“Abbiamo consultato archivi e giornali, intervistato i pescatori e preso contatto con tutte le autorità che potevano essere in possesso di informazioni o dati al riguardo: Marina militare, Capitanerie di porto, Esercito. Ci siamo rivolti anche all’Edgewood statunitense, il massimo centro di studi militari sulle armi chimiche. Ma le informazioni arrivano con il contagocce, anche perché non esiste un accordo bilaterale in materia. Ciononostante, abbiamo scoperto che uno dei punti più caldi si trova nelle acque internazionali di fronte a Molfetta, a 35 miglia dalla costa, tra i 200 e i 400 metri di profondità”.

Qual è stato il risultato di questo lavoro?

“Da quanto abbiamo ricostruito finora, ci sarebbe una ventina di sostanze diverse. Tutte micidiali, studiate per l’impiego aereo e ognuna con il suo comportamento in acqua, di cui però non sappiamo pressoché nulla. Talvolta si tratta di sostanze incolori e inodori, e i cui effetti possono manifestarsi dopo alcune ore, il che le rende particolarmente subdole. Per identificarle collaboreremo con lo Stabilimento militare della difesa Nbc (nucleare, batteriologica, chimica) di Civitavecchia, l’unico centro in Italia abilitato alla dismissione dei residuati bellici caricati con agenti chimici”.

Cosa conosciamo oggi degli effetti di questi veleni sull’ecosistema marino?

“Molto poco. La letteratura scientifica disponibile è scarsa, anche perché le armi chimiche ufficialmente non si possono usare da più di settant’anni. Di certo, però, quello della Puglia non è un caso unico al mondo. Situazioni analoghe ci sono nel mare del Nord, lungo le coste degli Stati Uniti e del Giappone. Fino agli anni Settanta la pratica di affondare materiale bellico obsoleto è stata la prassi. Da una ricerca sulla stampa internazionale sappiamo che negli ultimi 2-3 anni alcune misteriose morie di animali marini, otarie, foche, in Nuova Zelanda e lungo le coste dell’Irlanda, sono state attribuite alla presenza di armi chimiche nei fondali marini. Non solo. A est di Bornholm, un’isola danese, i casi di feriti e contaminati sono talmente frequenti che è stato creato un apposito presidio sanitario. Ma nonostante la notevole concentrazione dei reperti, nei mari del nord la situazione è attenuata dal fatto che gli ordigni sono sepolti da circa un metro di sedimenti. Nell’Adriatico meridionale, invece, il tasso di sedimentazione è molto minore e la probabilità che qualche ordigno si impigli nelle reti è sicuramente più alto”.


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