Per chi usa Internet il motore di ricerca è indispensabile. Di più. È praticamente una mania. Nulla viene cercato se non attraverso quella mascherina da riempire con la parola chiave. Un indirizzo, un numero di telefono, il negozio più vicino per comprare un elettrodomestico o il prezzo migliore per il prossimo viaggio. E se si parla di motore di ricerca non si può che pensare a Google, il sistema di scandaglio della rete più utilizzato al mondo. Che a poche settimane dal lancio del sistema di posta elettronica gratuita G-mail, fa un altro annuncio: un progetto pilota che coinvolge 17 università – per l’Italia c’è l’Università di Parma – per rendere gli studi accademici accessibili attraverso Internet. Già, perché fra le tante cose che si possono ottenere con una semplice richiesta, le pubblicazioni scientifiche sono fra quelle meno raggiungibili, più nascoste nei meandri del web. Il progetto si basa sullo sviluppo dei cosiddetti “superarchivi” messi a punti al Massachusetts Institute of Technology e oggi presenti in più di 100 università in tutto il mondo. Si tratta di sistemi con cui vengono archiviati studi scientifici, appunti per articoli, report tecnici e altro materiale accademico. In pratica un serbatoio prezioso dove gli articoli che poi saranno pubblicati su riviste a pagamento vengono conservati prima di essere dati alle stampe. Le università che partecipano al progetto pilota dispongono tutte di questo software grazie al quale il materiale viene archiviato elettronicamente in modo tale che il motore di ricerca può smistare le varie informazioni e visualizzare i risultati più pertinenti.”Spesso le pubblicazioni accademiche più interessanti restano nascoste”, ha affermato Mackenzie Smith, direttore associato del dipartimento tecnologico per le biblioteche del Mit. “Un effetto anche del numero sempre crescente di documenti presenti su Internet. Trovare materiale di alta qualità è sempre più difficile”. Google ha provato in un primo momento a indicizzare le pagine delle università ma l’iniziativa non ha avuto il risultato sperato: le informazioni risultavano ancora sommerse.Un aiuto al libero circolare delle idee quindi, ma non solo. La visibilità per gli atenei è importante anche in termini di pubblicità e quindi di un numero maggiore di iscrizioni da una parte e di rapporti con le industrie dall’altra. È stata questa, per esempio, la ragione principale che ha spinto la Cranfield University inglese a partecipare al progetto. “Puoi anche rendere disponibile il tuo materiale su Internet”, ha affermato Simon Bevan, direttore dei servizi informatici dell’ateneo. “Ma poi chi lo vedrà? Ma dal momento che praticamente tutti usano Google le ricerche saranno immediatamente disponibili. Per noi vorrà dire diffondere le informazioni sulla nostra attività e attirare quindi investimenti da parte delle industrie”. Ovviamente c’è stata anche qualche riluttanza. Alcuni docenti coinvolti nel progetto pilota sono preoccupati dall’idea di dover pubblicare i propri studi prima di averli sottoposti al giudizio dei referee delle riviste specializzate. Ma certo la eco che i loro studi otterranno sarà molto maggiore. Al progetto pilota partecipano anche l’Australian National University, lo European University Institute, la Hong Kong University of Science and Technology, l’Università Minho portoghese, quelle canadesi di Calgary e di Toronto, gli atenei statunitensi di Cornell, dell’Indiana, dell’Ohio, dell’Arizona, dell’Oregon, del Wisconsin, la Purdue University di Indianapolis, l’Università di Rochester, e quella di Washington. “Se tutto va come speriamo in pochi mesi speriamo di essere pronti e di poter offrire il servizio ai navigatori”, ha dichiarato MacKenzie Smith al Chronicle of Higher Education.





