Ricci Curbastro, il gentiluomo che salvò la teoria della relatività

In un celebre passo di una sua lettera, Gustave Flaubert riassume così i suoi consigli ai giovani scrittori: “Siate regolati nella vita e comuni come un borghese, per essere violenti e originali nelle opere”. La citazione starebbe bene in apertura di questo “Il genio e il gentiluomo”, dove Fabio Toscano, giornalista scientifico e storico della fisica, ripercorre la vita di Gregorio Ricci Curbastro: matematico italiano nato a Lugo di Romagna nel 1853, per lo più ignoto al grande pubblico, ma che occupa un posto di assoluto rilievo nella storia della matematica e della fisica, per aver introdotto il calcolo differenziale assoluto.

Quella di Ricci è la storia di un uomo misurato, distinto e taciturno (un gentiluomo, come dice il titolo), palesemente inadatto a ricoprire il ruolo del genio nell’immaginario collettivo. Eppure, senza quel gentiluomo non si sarebbe compiuta una delle fondamentali rivoluzioni scientifiche del XX secolo: la formulazione della teoria della relatività generale, ad opera di Albert Einstein. Lui, sì, “genio” per acclamazione.

Un tensore per Einstein

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Fabio Toscano, Il genio e il gentiluomo, Sironi Editore, 2004 pp. 313, euro 18,00

Nel lavorare a questa teoria, Einstein si era infatti imbattuto in ostacoli matematici per lui insormontabili, che lo avevano portato nell’agosto del 1912 a rivolgersi al matematico e vecchio compagno di studi Marcel Grossman con la frase, divenuta famosa, “Grossman aiutami sennò divento pazzo”. E Grossman lo aiutò, andando a scovare e studiando per conto di Einstein i lavori di questo oscuro matematico italiano, allora professore di Fisica matematica all’Università di Padova. Ricci aveva messo a punto lo strumento matematico del “tensore”, un insieme di funzioni matematiche che, al variare delle coordinate, si trasformano secondo leggi ben definite.

Senza addentrarsi nel linguaggio specialistico, il “tensore” era esattamente ciò che serviva per dare rigorosa formulazione matematica alla teoria fisica elaborata da Einstein, che postula l’assoluta equivalenza di tutti i sistemi di riferimento e la natura non costante delle nozioni di spazio e tempo. Il calcolo differenziale assoluto, che sui tensori si basa, era insomma una “soluzione in cerca di un problema”: un’innovazione matematica che sino ad allora era stata guardata con interesse ma mai con entusiasmo, tanto che Ricci si era visto per due volte rifiutare il Premio Reale per la matematica bandito dall’Accademia dei Lincei.

Ricci Curbastro, il matematico che salvò Einstein

Solo dopo la pubblicazione della teoria della relatività generale, nel 1915, Ricci verrà riconosciuto come un matematico di prima grandezza. E incontrerà finalmente, a Bologna nel 1921, Einstein, che dichiarò pubblicamente e privatamente il suo debito verso il matematico italiano. Le figure di Ricci e Einstein finiscono, in queste pagine, per illuminarsi a vicenda. Il tedesco si rivela più vulnerabile e fallibile di come siamo abituati a pensarlo, lo sorprendiamo a implorare aiuto da colleghi più ferrati di lui in matematica, o a disperare di poter mai raggiungere il suo obbiettivo. Ricci, “salvatore” della teoria della relatività, trova proprio nel confronto con la biografia di Einstein la gloria che non ebbe per gran parte della sua carriera.

Il libro

Sorretto da un imponente lavoro di ricerca archivistica, Toscano racconta vita e lavoro di Ricci con grande precisione documentaria, e con una scrittura elegante e vigorosa. Il risultato è un ritratto persino affettuoso di questo “matematico gentiluomo”, che finisce per scalfire, almeno un po’ il mito del genio eccentrico e distratto di cui Einstein è il prototipo. Ricordandoci che dopotutto sì, si può essere geniali e cambiare la storia della scienza anche rimanendo sempre nell’ombra, occupandosi tra un’equazione e l’altra dell’approvvigionamento idrico della propria cittadina (Ricci fu a lungo consigliere comunale di Lugo) e presentandosi sempre come un distinto gentiluomo di provincia.

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