Il placebo aumenta il desiderio

L'effetto placebo può migliorare alcuni disturbi sessuali femminili di origine psicologica. Uno studio sul Journal of Sexual Medicine

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L’effetto placebo funziona anche per le disfunzioni sessuali femminili. Nuove prove arrivano infatti da uno studio condotto dagli psicologi Andrea Bradford del Baylor College of Medicine di Houston e Cindy Meston dell’Università di Austin, (Texas, Usa), e riportato sul Journal of Sexual Medicine.

I ricercatori hanno preso in esame i dati raccolti in una sperimentazione clinica di un farmaco in doppio cieco (in cui né il paziente né il medico sanno se si sta somministrando il farmaco o un placebo)  su donne con disfunzioni sessuali. Al termine dello studio, durato dodici settimane, i due psicologi hanno valutato le donne appartenenti al gruppo che aveva assunto il placebo: 50 volontarie di età compresa tra 35 e 55 anni. Dopo aver analizzato i sintomi dei disturbi sessuali (calo del desiderio, mancanza di eccitazione, incapacità di raggiungere l’orgasmo), hanno rilevato che, dopo le 12 settimane di trattamento, una donna su tre riportava un miglioramento significativo del proprio disagio sessuale. La maggior parte di questi cambiamenti positivi, comprendenti anche un aumento della frequenza di rapporti sessuali soddisfacenti, avveniva durante le prime quattro settimane di trattamento. 

“Riteniamo importante sottolineare che tutte le partecipanti hanno avuto l’opportunità di parlare con uno specialista delle proprie difficoltà legate alla sfera sessuale”, riportano gli autori: “È possibile solo il fatto di prendere parte allo studio e di monitorare attentamente i comportamenti sessuali e le sensazioni provate possa aver dato il via a un costruttivo dialogo di coppia”. La nostra ricerca mostra quindi che anche un intervento limitato può avere un effetto positivo in molte donne con problemi della sessualità. “Questa scoperta può non essere sorprendente per chi si occupa di terapia sessuale, ma suggerisce la necessità di esaminare più attentamente i fattori comportamentali negli studi clinici” ha concluso Bradford.

Riferimento: DOI: 10.1111/j.1743-6109.2010.02007.x


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