Il termometro dell’Etna

L’Etna è una signora capricciosa: negli anni a cavallo tra il 2001 e il 2002, durante le imponenti eruzioni laterali, l’intero fianco orientale del vulcano si è spostato a una velocità doppia rispetto a quella consueta, passando da circa 2-3 centimetri l’anno a 6-8 e mostrando una marcata tendenza allo scivolamento verso il mar Ionio. Il fenomeno – rientrato nei valori normali – ha causato un’eruzione anomala, per le modalità con cui è avvenuta, e che i vulcanologi hanno battezzato “silenziosa”: non preannunciata e accompagnata dal consueto tremore e dai terremoti che di solito precedono la fuoriuscita del magma. Scatenata, secondo gli studiosi della sezione di Catania dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, dalla deformazione del fianco orientale.

Il limite netto tra la parte mobile e quella stabile del versante orientale del vulcano è rappresentato dalla faglia di Pernicana; una sorta di “termometro” della dinamica. Per questo la struttura, tra le più attive al mondo è monitorata mediante due reti di rilevamento ed è stata scelta per osservare le emissioni di radon: un parametro particolarmente importante per la sorveglianza dei vulcani. Su questa faglia è concentrata anche l’attenzione di Alessandro Bonforte e degli altri ricercatori dell’Ingv che, sulla base delle loro osservazioni, hanno pubblicato uno studio su Journal of Vulcanology and Geothermal Research, in cui individuano Pernicana come punto di osservazione privilegiato per capire cosa succede sotto il vulcano.

Prima di tutto, ci può spiegare la conformazione della faglia?

“La faglia della Pernicana rappresenta la struttura più attiva dell’Etna la cui elevata dinamica, nota da diversi decenni, è caratterizzata da una velocità di movimento pressoché costante di circa 2,5 centimetri l’anno. La faglia è formata da diversi segmenti che attraversano tutto il fianco nord-orientale del vulcano, secondo una direzione est-ovest, da una quota di circa 2000 metri fino alla costa ionica. Le caratteristiche geometriche e il movimento della faglia sono molto complesse e non sono uniformi lungo la sua estensione. La sismicità diminuisce verso le quote più basse. Intorno ai 700-800 metri di quota – nei pressi degli abitati di Vena e Presa –, addirittura, la faglia perde improvvisamente ogni evidenza sul terreno, dividendosi in brevi strutture secondarie”.

Prima d’ora la faglia era mai stata studiata e monitorata?

“Alcune misure Gps sul fianco est dell’Etna avevano già lasciato intuire la prosecuzione di una di queste strutture sino alla linea di costa, ma solo in occasione dell’eruzione del 2002-2003, quando sono stati misurati spostamenti eccezionali – oltre un metro nell’arco di pochi mesi – è stato possibile verificare sul terreno la sua reale estensione fino a mare”.

Da allora, cosa avete scoperto?

“Abbiamo usato un approccio multi-disciplinare, geologico-strutturale e geodetico, per spiegare la complessità di questa struttura analizzando le relazioni esistenti tra le evidenti variazioni geometriche e cinematiche della faglia e la morfologia del substrato sedimentario. In questa zona, infatti, il vulcano è cresciuto su un substrato argilloso pre-esistente e lo spessore della copertura lavica lungo il percorso della faglia, verso est, diminuisce da circa 500 metri a 0. Di conseguenza, il variare della copertura lavica, che si comporta in maniera ben più rigida rispetto al substrato argilloso, essenzialmente plastico, provoca vistose differenze nell’espressione superficiale della faglia. La morfologia del substrato è stata ricostruita da dati provenienti da un gran numero di sondaggi geoelettrici e perforazioni geognostiche che hanno attraversato tutta la copertura lavica. Una sorta di paleo-collinetta di argilla è stata identificata sotto l’abitato di Vena, proprio dove l’evidenza morfologica della faglia si perde e si divide in un dedalo di strutture secondarie con diversa cinematica. Qui la sottile copertura lavica si rompe e si disarticola sotto l’effetto di trascinamento delle sottostanti argille verso est”.

Osservando la faglia della Perniciana si ha, dunque, la possibilità di tenere sotto controllo l’intero vulcano?

“Per certi versi sì: essendo la struttura più dinamica dell’Etna, è quella che risente maggiormente delle varie sollecitazioni; sicuramente è la struttura più importante sotto l’aspetto tettonico, ma risente anche della “ricarica” profonda di magma; è una struttura di svincolo, una sorta di binario dove scorre la parte mobile, al confine con quella statica. Certamente in un vulcano rivestono fondamentale importanza i crateri; pur tuttavia, osservando la faglia della Pernicana, oltre ad avere un quadro ben delineato della dinamica del versante orientale, siamo in grado di avere importanti indizi sullo stato di salute dell’intero vulcano”.