La terapia è prevenzione. Così cambia la lotta all’Aids

La terapia è prevenzione. Non è solo uno slogan per la sesta  IAS Conference on  Hiv Pathogenesis, Treatment e Prevention in corso questi giorni a Roma, ma una verità scientifica confermata da tre studi, presentati per la prima volta proprio in questa occasione. La terapia antiretrovirale, quindi, non solo salva la vita della persona colpita da Hiv, ma anche quella delle persone che la circondano, poiché rende il virus meno contagioso. Il principio è lo stesso che guida da anni il trattamento delle donne incinte durante la gravidanza e nel periodo immediatamente successivo al parto, per evitare la trasmissione dell’infezione tra madre e figlio. Oggi, questi nuovi studi mostrano che questo principio può essere applicato anche in altre situazioni, per esempio nel caso di coppie sierodiscordanti (in cui uno solo dei partner è HIV positivo), e ne ampliano l’applicabilità: potenzialmente se si trattano tutte le persone colpite da HIV, si riduce drasticamente il numero di nuove infezioni e si può bloccare la diffusione del virus.

Due dei tre studi presentati oggi riguardano la cosiddetta profilassi pre-esposizione, in altre parole la somministrazione della terapia antiretrovirale in soggetti sani per prevenire l’acquisizione del virus. I due studi sono stati condotti rispettivamente dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi e dalla University of Washington. Il primo ha coinvolto 1.200 uomini e donne eterosessuali e sieronegativi, tra i 18 e i 39 anni, residenti in Botswana. Metà dei partecipanti è stata sottoposta a un regime di farmaci antiretrovirali, l’altra metà ha assunto un placebo. Tutti hanno ricevuto preservativi maschili e/o femminili, counseling comportamentale, test e trattamenti contro le malattie sessualmente trasmissibili. Durante lo studio, i ricercatori hanno registrato 9 nuove infezioni nel gruppo di pazienti trattati con il farmaco e 24 in quelli sotto placebo, il che si traduce in una riduzione del rischio per i primi pari al 62 per cento. Nel secondo studio sono state invece coinvolte 4.700 coppie eterosessuali sierodiscordanti di Kenya e Uganda, e i risultati hanno mostrato che, nelle coppie in cui il partner sieronegativo era sottoposto a un trattamento antiretrovirale, il rischio di infezione si riduceva fino al 73 per cento.  

Concettualmente diverso, ma dai risvolti ancora più significativi e potenzialmente più applicabili, è il terzo studio, i cui risultati sono stati annunciati in via preliminare lo scorso maggio. La ricerca è stata condotta dai ricercatori della University of North Carolina at Chapel Hill  e ha coinvolto 1.700 coppie sierodiscordanti di Africa, Asia e Americhe. In questo caso si è valutata l’efficacia non come profilassi, ma come trattamento per pazienti sieropositivi, per la riduzione di trasmissione del virus. I partner sieropositivi di metà delle coppie hanno cominciato la terapia antiretrovirale prima del raggiungimento dei requisiti clinici previsti dalle linee guida attuali (il livello di particolari cellule bersaglio del virus, chiamate CD4), gli altri hanno aspettato i tempi standard. I risultati, pubblicati oggi sul New England Journal of Medicine, hanno mostrato, oltre a un aumento dei benefici per i pazienti, una riduzione del rischio di infezione per il partner sieronegativo pari al 96 per cento.

“La conferenza internazionale di Vancouver nel 1996 è ricordata come quella che ha annunciato l’arrivo della terapia antiretrovirale. Questa lo sarà come l’inizio della rivoluzione del trattamento come prevenzione”, ha dichiarato Elly Katabira, presidente dell’International Aids Society. “Siamo davanti a studi che sono pietre miliari della ricerca”, ha sottolineato Stefano Vella, co-chair della Conferenza, riassumendo in poche parole la palpabile emozione sia dei ricercatori che presentano gli studi sia dei loro colleghi che si apprestano per la prima volta ad ascoltare i dettagli di queste tre ricerche.“Tuttavia – ha proseguito Vella – la vera sfida da affrontare adesso è la loro applicabilità”.

Infatti emergono già alcune criticità che dovranno essere affrontate, perché questi non restino solo “incredibili risultati scientifici”: la necessità di nuove e maggiori risorse economiche, il ritardo nell’accesso al test e alla diagnosi, e le controversie. C’è infatti chi pensa che prima di sottoporre persone sane per tutta la vita a un trattamento che ha effetti collaterali importanti, bisognerebbe trattare i nove milioni di persone sieropositive candidabili al trattamento antiretrovirale e che al momento non hanno accesso alle cure. Basta in questo senso ricordare che, solo in Italia, oltre il 60 per cento delle nuove infezioni individuate nel 2009 è coinciso con una diagnosi di Aids.

“Quello che è chiaro è che si deve smettere di pensare separatamente a trattamento e prevenzione e che bisogna cominciare a valutare tutte le armi che si hanno a disposizione – farmaci, preservativi, campagne per la promozione di comportamenti non a rischio, circoncisione maschile (di cui sempre più studi mostrano l’efficacia, ndr.), profilassi – e poi combinarle insieme nel modo più opportuno per ogni singola situazione politica, sociale, individuale”, ha spiegato Anthony Fauci, a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, uno degli immunologi che più hanno contribuito alla lotta contro l’Aids. È il momento che la scienza, ha proseguito Fauci, informi la politica. “Abbiamo ora l’opportunità, mai avuta finora e basata su prove scientifiche, di controllare e mettere fine alla pandemia di Aids. Importanti investimenti nell’attuazione pratica di strategie efficaci impediranno una spesa ancora maggiore in futuro, e nel frattempo salveranno un inestimabile numero di vite.”

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