L’emergenza Covid rallenta la ricerca biomedica e drena risorse

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(Credits: tiburi via Pixabay)

E’ una tra le tante scelte difficili ma ineludibili nel lockdown per l’emergenza Covid-19: cosa fare con gli animali utilizzati nei laboratori, vista la sospensione di molte delle attività di ricerca? Il tema, delicato, è stato affrontato da Nature: alcuni ricercatori – si legge – sono in grado di prendersi cura degli animali nelle stesse strutture in cui sono rinchiusi. In altri casi, gli animali sono stati trasferiti nelle abitazioni dei ricercatori. Altri ancora, soprattutto quelli selvatici catturati a fini scientifici, sono stati liberati in natura. Molti altri ancora, purtroppo – soprattutto quelli di piccola taglia, come i topi – sono stati o saranno uccisi. Ma quale sarà l’impatto del lockdown e sui molti centri di ricerca impegnati in questo tipo di sperimentazioni? Lo racconta Giuliano Grignaschi, responsabile del Benessere Animale presso l’Università degli Studi di Milano, segretario generale di Research4Life e membro del consiglio direttivo di EARA (European Animal Research Association).

Grignaschi, lei dirige un laboratorio con più di 10 mila animali tra topi, pesci zebra, conigli e rane acquatiche. Come state gestendo l’emergenza Covid-19 dal punto di vista degli animali da laboratorio?

“Il nostro obiettivo è sempre stato quello di conciliare le necessità della ricerca e le esigenze di sicurezza dei ricercatori con l’etica dell’utilizzo dell’animale, perciò facciamo sempre in modo che nessun animale venga sacrificato inutilmente. Di questi tempi, la strategia dell’Università di Milano è consistita nel ridurre al minimo gli allevamenti degli animali geneticamente modificati così da rallentare la sperimentazione, portando a termine i test in corso e mettendo in sicurezza il personale. Abbiamo dato disposizione di sospendere gli accoppiamenti degli animali geneticamente modificati già dalla prima metà di febbraio. Quindi dall’inizio di marzo non abbiamo più avuto nascite e non siamo stati costretti a sacrificare nessun animale. Questo proprio nell’ottica del principio delle 3R: rimpiazzare, cioè sostituire il modello animale con uno alternativo ogni volta che sia possibile, ridurre al minimo il numero di animali utilizzati per un protocollo animale, e rifinire, cioè migliorare, le condizioni sperimentali alle quali sono sottoposti gli animali”.

Ma è proprio indispensabile utilizzare gli animali nella ricerca?

“Il modello animale è utile in tante fasi. Il primo momento in cui è imprescindibile è la ricerca di base, quella che cerca di comprendere i meccanismi che regolano la nostra vita e quindi i meccanismi che si bloccano quando insorge una patologia. Poi c’è la ricerca traslazionale applicata: una volta che abbiamo scoperto quali sono i target sui quali agire, occorre trovare le molecole e le terapie che possono agire specificamente su quei meccanismi cercando di non coinvolgerne altri, e quindi non produrre effetti collaterali negativi. Basti pensare alla grossa difficoltà che ancora oggi si ha nella terapia dei tumori: qui è necessario far sì che il farmaco raggiunga le cellule tumorali, e non altre cellule non coinvolte nella patologia. Il salto è dunque tra studiare in vitro, dove è molto facile mettere il farmaco sulle cellule interessate, e studiare invece in vivo, dove è necessario somministrare il farmaco in un organismo vivente. È un percorso molto complesso e, ad oggi, per quanto ci siano dei bioreattori che possono aiutare molto, non siamo ancora riusciti a riprodurre completamente l’organismo vivente. Infine, c’è tutta la parte di tossicologia e di sicurezza: è fondamentale verificare che il farmaco non induca effetti dannosi più elevati dei benefici, prima di iniziare la sperimentazione nell’uomo e quindi giungere alla fase I della ricerca clinica”.

Il vostro lavoro continua nonostante l’emergenza Covid-19?

“Continuiamo a lavorare impegnandoci ad applicare tutte le norme di distanziamento sociale e di protezione individuale, e a portare avanti con solerzia le ricerche; prima di tutto quelle relative all’emergenza, poi quelle relative a tutte le altre patologie che non ci possiamo assolutamente dimenticare. La scienza è troppo importante per restare ferma troppo a lungo. Ci sono tanti pazienti con altre malattie che sono ancora in attesa di una cura”.

Sta dicendo che c’è il rischio che l’emergenza Covid tolga tempo, spazio e denaro alla ricerca delle cure antitumorali e di altre patologie?

“Più che un rischio è una certezza. Per una serie di motivi tutti i laboratori lavorano a regime ridotto. La maggioranza di energie e fondi per adesso stanno convergendo su questo tipo di emergenza, perciò non saranno più utilizzabili in ricerche su altre patologie. Questo d’altronde si vede anche nella quotidianità dei pazienti che in molti casi, all’interno degli ospedali, vedono rimandate le proprie visite. Quindi tutta questa situazione ha sicuramente un impatto. A noi resta il compito di ridurre questo impatto al minimo possibile”.

Articolo prodotto in collaborazione con il master Sgp della Sapienza Università di Roma

Credits immagine di copertina: tiburi via Pixabay