Chi entra in un ospedale, per una visita o un ricovero, non riesce a rendersi subito conto della complessità della struttura che soddisferà i suoi bisogni, dei ruoli del personale più o meno indaffarato che incontra nei corridoi, di quello che lui stesso dovrà fare. Giulia Fanetti, assistente sociale impegnata nella formazione di operatori sociosanitari, e Nicola Draoli, infermiere e presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche di Grosseto, attraverso le loro esperienze di cura ci offrono una prospettiva di ricerca sul senso della vita, uno sguardo esperto sulle fragilità e debolezze dei curanti e dei curati, un modo umano di partecipare alle sofferenze e ai disagi di chi perde la confidenza col proprio corpo. Sono poche pagine scritte da due sensibilità diverse che vedono la cura come relazione autentica tra persone, come possibilità di comprensione e integrazione tra una sofferenza che ha bisogno di essere guardata e una competenza che sa guardarla umanamente. Gli autori raccontano momenti della vita dei curati, le amicizie episodiche, il rispetto reciproco, le delicate “invenzioni” per aiutare i ricoverati delle RSA a superare la solitudine dell’isolamento da Covid: la “stanza degli abbracci” in cui era possibile non solo vedersi ma anche toccarsi senza pericolo inserendo le braccia in una apposita forma costruita con una sottile seta da paracadute.

Le differenze tra curare e prendersi cura vengono sviluppate attraverso esempi, episodi, personaggi, situazioni che danno senso al titolo di questo libretto: sulla soglia della cura, della fragilità, delle evidenze, delle case, delle piccole cose, della vita, attraverso una professionalità e competenza che permette una umanizzazione della relazione di cura. Non è semplice capire quando e quanto si ha bisogno di aiuto, e ancora meno semplice è avere la forza e l’umiltà di chiederlo, dice uno degli autori che descrive anche la difficoltà di proteggersi dagli altri, di difendersi per non lasciarsi ferire. Ma è difficile anche difendersi dal bisogno di nascondere le proprie ferite che, senza medicazione, infettano i pensieri e si propagano malignamente distruggendo altre relazioni. Si sta sulla soglia della fragilità degli altri per conoscere la propria. Così l’assistente sociale racconta della fragilità come esperienza umana che, quando nasce, non passa mai: da questo si impara a sostenere gli anziani nella debolezza della malattia fisica e psichica, nella noncuranza altrui, nella solitudine della vita e infine della morte.
Ma sono le malattie, non le persone, ad essere inguaribili, e sono le malattie che bisogna cercare di sconfiggere con tutti i mezzi, accedendo a cure palliative, scegliendo comportamenti che aiutino ad accettane e governarne il decorso, ma, soprattutto, cercando di dare un senso alle nuove situazioni che via via si presentano. D’altra parte, come scrive l’antropologo ed etnologo francese Marc Augé, la malattia è allo stesso tempo la più individuale e la più sociale degli eventi ma, stando sulla soglia, si acquista la capacità di sintonizzarsi col tempo interiore di chi soffre e di offrire al corpo malato un momento di serenità.
Il volumetto è accompagnato da testi introduttivi su “La relazione di cura” di Barbara Mangiacavalli, su “La forza della narrazione” di Barbara Rosina, e da una breve “Contestualizzazione” degli autori stessi.
Credits immagine di copertina: Dmytro Glazunov su Unsplash





