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Microplastiche, il ruolo inaspettato dei funghi marini

di
Allegra Corelli Grappadelli

Si trovano ovunque, intorno e dentro di noi. Le microplastiche hanno invaso ogni angolo del pianeta. Si accumulano persino nelle aree più remote, come i vortici oceanici subtropicali, noti anche come “deserti del mare” a causa della loro scarsità di nutrienti e risorse. Ma che deserti non sono. Un gruppo di scienziati, tra cui Annika Vaksmaa, ricercatrice presso il NIOZ Institute di Texel, Olanda, e Matthias Egger, direttore degli Affari Ambientali e Sociali di The Ocean Cleanup, un’azienda olandese no-profit che impiega navi per la rimozione di plastiche da oceani e fiumi, ha infatti scoperto che a vivere su queste isole di plastica sono diverse specie di microrganismi. Tra questi, come mostra lo studio a loro firma appena pubblicato su Science of the Total Environment, un fungo si è sorprendentemente adattato al punto da utilizzare la plastica come fonte di nutrimento.

Il fungo che si nutre di microplastiche

L’interesse di Vaksmaa ed Egger per questi microrganismi viene da lontano. Già nel 2022 i due studiosi avevano viaggiato fino al vortice dell’Oceano Pacifico Settentrionale, dove si trova il Great Pacific Garbage Patch, un colosso di plastica che si estende per circa 1,6 milioni di chilometri quadrati, tre volte le dimensioni della Francia. Qui, Vaksmaa aveva raccolto detriti di plastica dalle reti di The Ocean Cleanup, scoprendo poi, in laboratorio, la presenza sia di funghi che di batteri marini sulla loro superficie. Nel nuovo studio, dai frammenti recuperati dal Great Pacific Garbage Patch i due ricercatori hanno identificato un fungo della specie Parengyodontium album che si nutre delle microplastiche, scindendo i legami degli atomi di carbonio che la compongono, usando queste molecole come substrato energetico. Per intercettare questo fenomeno, Vaksmaa ha usato una metodologia specifica che permette di tracciare la velocità con cui il fungo degrada il polietilene: dopo aver marcato questo tipo di plastica con il carbonio 13C, un isotopo con un extra atomo di neutrone che può essere tracciato con tecniche di spettrometria di massa, ha poi seguito la sua velocità di degradazione. Più il fungo degradava la plastica, più aumentavano le sue dimensioni.

Funghi marini, un mondo da scoprire

Nonostante questa ed altre importanti proprietà, i funghi marini sono in realtà poco studiati. Nel corso degli anni gli scienziati si sono concentrati principalmente su ciò che consideravano “importante”, come i cicli biogeochimici, i batteri e gli archea. “Parte del problema deriva dal dibattito su cosa costituisca un vero fungo marino; molti presumevano che fossero semplicemente funghi terrestri trasportati in mare attraverso il deflusso e l’agricoltura, portando alla convinzione che avessero un ruolo ecologico limitato”, sottolinea Vaksmaa. Oggi è disponibile un sito web apposito dove le nuove specie di funghi marini vengono censite in maniera piuttosto costante dai biologi marini che se ne occupano. Finora sono state identificate 2195 specie, note per svolgere ruoli importanti nei cicli biogeochimici e nella degradazione di sostanze naturali e artificiali anche nei sistemi marini. Tuttavia, secondo Vaksmaa questi risultati riflettono solo una piccola parte di ciò che accade negli oceani.

Degradare le microplastiche? Non solo funghi

In precedenti ricerche, Egger aveva osservato 37 diverse specie costiere di invertebrati, come crostacei e anemoni, che aderiscono a questi detriti di plastica e che per questo vengono poi trascinati nell’oceano, lontano dal loro habitat naturale, diventando di fatto specie aliene. Nell’oceano, queste nuove specie non solo degradano i frammenti di plastica su cui viaggiano, ma trovandosi in assenza dei loro predatori naturali competono per le risorse destinate alle specie autoctone. Tuttavia, l’invasione di specie aliene non è l’unico problema: le plastiche contengono additivi e sostanze chimiche, che servono a migliorarne le proprietà. In seguito alla degradazione, queste sostanze vengono rilasciate e possono risultare nocive sia per gli organismi che per l’ambiente.

Un mondo senza plastica

The Ocean Cleanup ha sviluppato tecnologie per rimuovere tonnellate di plastica da mari e fiumi, ma le reti attuali non possono catturare le microplastiche, poiché sono frammenti troppo piccoli. Tuttavia, grazie a questa scoperta, diventa possibile degradarle sul posto in modo naturale e non invasivo. La ricerca, commenta Vaksmaa, dovrebbe quindi concentrarsi strategie volte a “utilizzare” le soluzioni già presenti in natura, come testimonia in parte l’uso diffuso della mycoremediation. Tuttavia, questo problema richiede uno sforzo globale. L’ONU sta lavorando alla ratificazione di un Trattato Globale sulla Plastica, per regolare la sua produzione, riciclabilità e trattamento. Perché, conclude Egger, il problema dell’inquinamento da plastica non può essere risolto con un unico approccio, ma richiede una combinazione di diverse strategie.

Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash

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