Non facciamo di tutte le erbe un fascio

La diffusione della coltivazione di piante geneticamente modificate (PGM) nel mondo è andata fortemente crescendo nel corso degli ultimi anni. Questo ha determinato, particolarmente nell’Unione Europea, un certo grado di preoccupazione in una parte consistente della popolazione per gli eventuali effetti negativi sulla salute umana e sull’ambiente. Tuttavia, l’analisi della letteratura scientifica sugli OGM evidenzia che la problematica riguardante la sicurezza per la salute dell’essere umano, pur presentando alcuni aspetti che devono essere ulteriormente investigati, sembra essere poco preoccupante e le evidenze esistenti tendono a essere rassicuranti, almeno nel breve-medio periodo. Meno chiara risulta invece la problematica legata all’ambiente, laddove si è chiaramente evidenziata la necessità di approfondire meglio tematiche riguardanti i potenziali effetti della diffusione dei transgeni negli ecosistemi agrari (flusso
genico, vedi sotto).

È questa infatti la principale preoccupazione. Gli equilibri degli ecosistemi e le biocenosi esistenti sono il risultato di un percorso evolutivo in atto da più di 3,8 miliardi di anni. In questo ampio intervallo di tempo la materia vivente si è evoluta nel suo insieme. Ciò ha dato origine a specie e organismi strettamente interdipendenti, che si sono sviluppati a seguito di innumerevoli mutazioni geniche permettendo un continuo processo di adattamento a diverse condizioni ambientali, in comunità solitamente regolate da competizione e mutualismo [1]. Questo processo evolutivo si è sviluppato in tempi particolarmente lunghi mediante piccoli cambiamenti, e successivi lenti adattamenti a tali cambiamenti, premiando i caratteri più vantaggiosi e facendo soccombere i caratteri «perdenti».

Le biotecnologie (l’ingegneria genetica in particolare), inserendo nel genoma di piante coltivate geni appartenenti a organismi differenti che codificano per i caratteri desiderati, danno origine a piante che, potenzialmente, sono in grado di raggiungere rese agronomiche superiori, in quantità e/o in qualità, rispetto alle loro corrispettive convenzionali. Praticamente, l’ingegneria genetica non fa altro che ripetere il processo evolutivo artificialmente e in maniera mirata per
indurre determinati caratteri nelle piante coltivate. La differenza tra il processo evolutivo naturale e quello artificiale dell’ingegneria genetica si riferisce essenzialmente alla velocità imposta al processo: ciò che accade in forma casuale nel corso di migliaia di anni in laboratorio, viene provocato su una scala temporale immensamente più ristretta, con una velocità che non ha eguali nella storia della vita del nostro pianeta. Le eventuali conseguenze, non necessariamente negative, sono difficilmente prevedibili e, in alcuni casi, potenzialmente irreversibili. È quindi ragionevole sostenere che, prima dell’utilizzo indiscriminato in pieno campo di colture vegetali il cui genoma è stato modificato per inserire caratteri economicamente vantaggiosi, è necessaria una ricerca approfondita per assicurarsi che le caratteristiche apportate, e le conseguenze di queste, non minino gli equilibri naturali dei nostri ecosistemi.

In questo contesto, dobbiamo distinguere chiaramente due tipi di problemi: alcuni di ordine generale, strettamente legati all’applicazione della tecnologia stessa (per esempio, la probabilità di flusso genico, orizzontale o verticale; gli effetti dell’eventuale persistenza post-coltura di OGM o di loro geni nell’ambiente), e altri che, se pur spesso generalizzati, non si possono riferire alla tecnologia in sé ma riguardano i singoli eventi GM coltivati (effetti su organismi non bersaglio; sulla salute del suolo, sulle catene trofiche).

Non è corretto, infatti, considerare le PGM come appartenenti a una classe omogenea. Le PGM devono essere valutate caso per caso: ciò che può essere corretto per una PGM può non esserlo per un’altra. Considerando le PGM attualmente coltivate, le problematiche e le implicazioni legate alla coltivazione di un mais Bt (nel cui DNA è stato inserito un gene del Bacillus thuringiensis, che lo rende resistente all’attacco di un insetto) sono completamente e profondamente diverse da quelle legate alla coltivazione, per esempio, di soia RR (Roundup Ready, tollerante all’azione di un erbicida, il glifosato), o a quella legata a qualunque altra PGM. Differenze ancor più marcate sono evidenti tra le piante geneticamente modificate di prima generazione (quelle sopra citate) e quelle di seconda o terza generazione, attualmente in fase di studio, le cui potenziali modificazioni sono volte a migliorare la qualità del prodotto più che la sua resa (vedi articolo “La seconda generazione”).

Il flusso genico
Il flusso genico è indubbiamente il problema più reale e, nello stesso tempo, controverso legato all’introduzione delle piante transgeniche in agricoltura. Per flusso genico si intende la possibilità di trasferimento di geni tra le piante coltivate e altri organismi, siano essi varietà coltivate o parentali selvatiche in grado di ibridarsi con esse (si parla in questo caso di flusso genico verticale) od organismi di gruppi biologici differenti, anche filogeneticamente lontani (flusso genico orizzontale). È ovvio che il flusso genico è un aspetto che necessita di essere studiato in profondità, in quanto può giocare un grande ruolo dal punto di vista dei cambiamenti evolutivi.

Il flusso genico verticale. Il flusso genico verso i parentali selvatici sembra essere uno dei problemi maggiori in relazione alla coesistenza e al rischio di diffusione incontrollata dei transgeni. Le PGM attualmente coltivate nel mondo contengono infatti geni esogeni che ne accentuano la resistenza a particolari fattori ambientali (tolleranza a erbicidi o resistenza a determinate patologie). Se il gene che conferisce queste caratteristiche fosse trasferito ad altre specie ricettive nei confronti della mutazione indotta, queste potrebbero aumentare la loro capacità di sopravvivenza, e accrescere quindi la loro «aggressività» all’interno dell’ecosistema. Ciò potrebbe alterare gli equilibri delle biocenosi e sbilanciare le catene trofiche esistenti. Inoltre, queste stesse piante possono a loro volta fungere da vettori e trasferire gli stessi caratteri ad altre piante silvestri, o a piante coltivate non GM, inquinandone
la purezza varietale.

Una seconda conseguenza della maggiore capacità di sopravvivenza delle piante silvestri potrebbe riferirsi alla possibilità di introdurre specie invasive. Ricordiamo infatti che le piante coltivate (sia convenzionali che GM) difficilmente diventano invasive in quanto, normalmente, sono piante che vivono soltanto nelle condizioni di coltura e hanno perduto la capacità di mantenersi nell’ambiente naturale [2]. In particolare lo stabilirsi e il persistere di piante spontanee GM in ambiente naturale è limitato, perché i tratti attualmente inseriti nelle piante transgeniche non conferiscono un vantaggio competitivo fuori dal campo coltivato. Al contrario, un trasferimento alle piante silvestri di questi caratteri può potenzialmente conferire loro una maggiore resistenza all’attacco di insetti, a patologie diverse, o all’uso degli erbicidi ad ampio spettro che vengono normalmente utilizzati in agricoltura, aumentando quindi la loro invasività all’interno degli agroecosistemi.

È tuttavia importante sottolineare che il problema legato al flusso genico verticale dipende essenzialmente dalla reale esistenza di parentali selvatiche nell’area di coltivazione delle PGM. A questo riguardo, tra le PGM attualmente coltivate particolare attenzione dovrebbe essere data alla colza, che ha in Europa il suo luogo di origine. La colza può infatti incrociarsi con numerose altre piante, coltivate e selvatiche (cavolo, rapa, senape, ravanello selvatico, rucola selvatica, erucastro francese, senapino, brassica cretese e senape canuta), ed è quindi possibile che i transgeni possano diffondersi tra un numero elevato di piante selvatiche e non. Tuttavia, almeno in questi casi, a tutt’oggi, non si è osservata negli ibridi con varietà silvestri una tendenza all’aumento dell’infestazione. Meno problematica appare, al momento, la situazione per le altre due piante GM coltivate: il mais e la soia.

Un particolare aspetto del flusso genico verticale riguarda le cosiddette piante volontarie (volunteer), piante della coltura che rinascono nell’annata successiva a quella in cui sono state seminate, quando è in atto un’altra coltura, o quando è in atto la coltura convenzionale (non GM) della stessa specie. Alcune specie coltivate hanno infatti un’elevata capacità di sopravvivenza nel terreno (la colza, per esempio), e possono sopravvivere parecchi anni nel suolo, provocando successivamente inaspettati casi di flusso genico verticale.

La problematica legata al flusso genico verticale non è un argomento nuovo: il passaggio di geni da piante coltivate a varietà silvestri è un caso piuttosto frequente tra varietà non modificate, purché geneticamente affini [3]. Ma fino a oggi ci si è preoccupati di capire come avvenga il flusso genico dalle piante spontanee verso quelle coltivate, problema particolarmente sentito nella produzione delle sementi, laddove bisogna assolutamente evitare il flusso genico proveniente dalle varietà silvestri per poter assicurare una purezza varietale sufficientemente alta. L’esempio tipico che rispecchia questa problematica si riferisce a quanto avvenuto alla produzione di sementi di barbabietola da zucchero in Europa, dove la contaminazione dei semi ne ha reso sempre più difficile e antieconomica la coltivazione per la presenza, ogni anno più massiccia, di barbabietole annuali che fiorivano durante l’annata agraria [4].

Oggi, l’introduzione delle PGM nei sistemi agrari ha proposto la problematica contraria: non bisogna più solo evitare il flusso genico dalle parentali selvatiche alle coltivazioni per proteggere le produzioni di sementi, bensì bisogna controllare che non esista flusso genico dalle piante GM coltivate alle piante silvestri per evitare la diffusione incontrollata dei transgeni.

Il flusso genico orizzontale. Si intende la possibilità di trasferimento di parte del genoma dalle piante coltivate (GM o convenzionali) a altri organismi non sessualmente compatibili, essenzialmente tra procarioti (batteri) e eucarioti (piante, animali, funghi e protozoi).

Gli scambi di materiale genetico sono ovviamente essenziali per l’evoluzione della vita. Nei procarioti (batteri), come noto, non esiste possibilità di riproduzione sessuata (con ricombinazione del genoma di entrambi i genitori), e il trasferimento dell’informazione genetica avviene normalmente in maniera «verticale», cioè da cellula madre a cellule figlie. Ciò implica che i batteri possono adattarsi a cambiamenti delle condizioni ambientali solo attraverso «mutazioni», ovvero cambiamenti casuali del genoma. Ma nel corso dell’evoluzione tali organismi hanno messo a punto altri meccanismi che ne esaltano la capacità evolutiva, permettendo scambi di materiale genetico anche con bassi gradi di omologia arrivando anche allo scambio eterologo, cioè tra specie differenti.

I principali meccanismi che permettono ai batteri di operare lo scambio genetico sono la coniugazione, la trasduzione e la trasformazione [5] che portano alla cosiddetta «ricombinazione», cioè all’incorporazione del DNA «estraneo» nella cellula ricevente e alla sua successiva integrazione nel genoma. Affinché si possa realizzare lo scambio genetico è necessario che si verifichino determinate condizioni all’interno della cellula ricevente. Tali condizioni sono [6]:

• la molecola di DNA esogeno deve avere il gene o i geni integri, cioè deve portare per intero le sequenze che lo/li rappresentano;

• all’interno della cellula ospite devono essere attive delle particolari proteine che legandosi al DNA estraneo, oltre a proteggerlo dall’azione distruttiva delle DNAsi della cellula ricevente, ne facilitano l’ingresso nel genoma dell’ospite;

• la presenza sul DNA estraneo di regioni omologhe alla regione del genoma dell’ospite dove tale DNA si andrà a inserire;

• il gene inserito deve funzionare. Una volta che il DNA esogeno si è integrato nel genoma dell’ospite non è detto che si attivi, cioè che esprima il comando che codifica. In questo caso il DNA esogeno rappresenta un «gene latente».

Le moderne tecniche di sequenziamento del DNA hanno chiaramente provato che nel corso dell’evoluzione sono avvenuti moltissimi fenomeni di flusso genico orizzontale, sia tra batteri e batteri che tra piante e batteri e viceversa [7, 8]. Tali scambi avvengono non solo nel suolo o nelle piante, ma sono stati osservati all’interno dell’intestino (sia umano che bovino) e del rumine bovino [9]. Ricordiamo che a tutt’oggi il passaggio di geni eterologhi inseriti in cultivar GM a microrganismi del suolo, sebbene teoricamente possibile, non è stato osservato [10]. È chiaro tuttavia che per quantificare in modo esauriente i rischi ambientali derivanti dall’interazione di OGM con i microrganismi del suolo sarebbero necessarie ricerche prolungate durante periodi anche pluridecennali.

Il flusso genico orizzontale è uno degli argomenti spesso addotti da chi contesta la coltivazione in pieno campo delle PGM. Il rischio derivante dal flusso orizzontale e la possibilità di trasmissione orizzontale viene esplicitamente indicata come fattore di rischio in numerosi studi scientifici [11, 12, 13], anche se i dati di base necessari per una valutazione obiettiva di questo rischio sono al momento estremamente limitati e assolutamente incompleti.

Inoltre, è importante sottolineare che il flusso genico orizzontale è un fenomeno assolutamente naturale, e i rischi a esso associati non sono assolutamente connessi al trasferimento di transgeni, ma al trasferimento di qualunque tratto genico presente in ogni pianta, che entra in contatto nel suolo con microrganismi. Per questo motivo, molti sostengono che non vi è motivo di prevedere rischi maggiori di quelli derivanti dall’introduzione di nuove varietà ottenute con i metodi tradizionali.

Il suolo
Fino a pochi anni fa, nella valutazione del rischio ambientale relativo alla coltivazione delle PGM, sono stati principalmente considerati gli effetti al di sopra del livello del terreno, nonostante i suoli giochino un ruolo chiave quali regolatori della funzionalità degli ecosistemi terrestri, come il supporto della crescita delle piante e il ciclo dei nutrienti.

Contrariamente a quanto generalmente si pensa, il suolo è un sistema complesso formato da componenti viventi e non, di origine organica e inorganica, che esercita numerose funzioni essenziali per l’ecosistema terrestre, fungendo da supporto per la vita vegetale e animale. Un ruolo di fondamentale importanza per lo svolgimento di queste funzioni è ricoperto dai microrganismi che intervengono nella mineralizzazione della sostanza organica, nella sintesi dell’azoto, nella formazione dell’humus, agiscono sulla mobilizzazione degli elementi minerali e instaurano rapporti di interazione con le piante determinando così la qualità e la fertilità del suolo [6].

I microrganismi sono particolarmente sensibili alle pressioni selettive dell’ambiente, cambiano struttura e composizione molto rapidamente e, come prima riportato, anche se con una probabilità molto bassa, sono in grado di scambiare tratti genici con gli eucarioti. Inoltre, possono essere esposti alle conseguenze delle pratiche agricole (e quindi anche alle PGM e ai prodotti delle PGM) in diversi modi. Essi possono interagire direttamente con le radici o essere esposti indirettamente ai loro essudati o, ancora, a interazioni con i residui vegetali. Sembra, per esempio, che residui di alcune varietà di mais Bt contengano una percentuale significativamente maggiore di lignina rispetto ai controlli la cui degradazione a opera della biomassa microbica sarebbe sensibilmente rallentata [14]. Per tutti questi  motivi, è essenziale iniziare a valutare più approfonditamente
l’eventuale impatto della coltivazione di PGM sulla salute e fertilità del suolo.

Effetti della tossina Bt. L’inserimento dei geni che codificano per la produzione di tossine e la loro diffusione incontrollata nell’ambiente è stato, e continua a essere, oggetto di numerose discussioni. Per esempio, c’è dibattito sulle eventuali conseguenze della presenza delle tossine Bt nel suolo. In realtà «preparati di Bt», generalmente sotto forma di spray contenente una miscela di cellule, spore, e cristalli di paraspore, sono stati usati come insetticida per più di trent’anni anche in agricoltura biologica. Fino a oggi non sono stati registrati effetti tossici inaspettati, probabilmente perché il B. thuringiensis non sopravvive e non cresce bene in habitat naturali come il suolo e perché le sue spore vengono rapidamente inattivate dai raggi UV [15]. La persistenza delle tossine introdotte mediante spray nel suolo è funzione principalmente della concentrazione somministrata, del tasso di consumo e inattivazione da parte delle larve di insetto, del tasso di degradazione da parte dei microrganismi e del tasso di inattivazione abiotica. Meno informazioni si hanno sulle concentrazioni di tossina Bt che si presenti nel suolo dopo la coltivazione su larga scala di piante Bt che rilasciano la tossina attraverso gli essudati radicali o l’interramento di biomassa a fine
coltura. È da ricordare che le proteine ad attività insetticida prodotte
da varie sottospecie di Bacillus thuringiensis si legano rapidamente e fortemente alle argille e agli acidi umici estratti dal suolo, divenendo così meno suscettibili alla degradazione microbica, e quindi persistendo maggiormente nel terreno.

Tuttavia, è importante ricordare che le tossine non sembrano avere effetti rilevanti su specifici organismi (lombrichi, nematodi, protozoi, batteri o funghi), sia nel suolo che in vitro. Non è stato rilevato alcun prelievo o assorbimento di tossine dal suolo da parte di altre piante, quali mais non-Bt, carote, ravanelli o rape cresciute su terreno in precedenza coltivato con Bt-mais o in cui questo è stato incorporato.

Inquinamento genetico del suolo. Il costrutto transgenico delle piante geneticamente modificate è apportato al suolo con i residui della pianta, in particolare radici e foglie. La decomposizione di questi residui può rilasciare DNA che può interagire con i colloidi del suolo senza perdere la capacità di partecipare a eventi di flusso genico orizzontale e trasformare cellule batteriche competenti [16]. Va comunque ricordato che le probabilità che nel suolo una molecola di DNA rimanga integra a lungo sono molto basse, con il risultato che la sua attività fisiologica si riduce drasticamente e velocemente nel tempo [17]. È tuttavia possibile che un frammento non completo di gene possa inserirsi in un genoma integrandosi perfettamente e ricostituendo il gene completo. Ma perché questa eventualità possa avvenire si richiede che l’organismo ricevente sia filogeneticamente vicino all’OGM donatore.

Nel suolo, le zone dove gli scambi genetici possono avvenire risultano essere, ovviamente, quelle dove la comunità microbica è maggiormente rappresentata. Queste zone sono caratterizzate da un buon contenuto in sostanza organica, necessario nutrimento per la comunità microbica, e da vantaggiose caratteristiche fisico-chimiche del suolo quali una buona struttura, che garantisce un buon contenuto idrico e una buona aerazione, e valori ottimali di pH. La probabilità che avvengano scambi genetici nel suolo dipendono quindi da molteplici fattori, che includono le caratteristiche fisico-chimiche del terreno, il tipo di pratiche agronomiche che vi si svolgono (per esempio, se lasciato incolto o soggetto a frequenti lavorazioni), la presenza o meno di copertura vegetale e le condizioni climatiche della zona. Tali caratteristiche influenzano l’attività microbica e tutto il complesso delle reazioni biochimiche che avvengono di conseguenza.

Il rischio connesso all’inquinamento genetico è dunque quello di una possibile alterazione degli equilibri dinamici delle popolazioni presenti nell’ambiente considerato, favorendo una determinata popolazione, con la conseguenza di ridurre il grado di biodiversità del suolo, cioè il numero e la varietà di specie presenti. Tale fenomeno è definito «erosione genetica».

Questa diminuzione della biodiversità potrebbe avere ripercussioni sulla fertilità del terreno in oggetto, riducendone le capacità di degradazione (mineralizzazione) e di risintesi (umificazione). Un esempio potrebbe venire dalle piante GM attraverso la produzione di sostanze particolari che, qualora rilasciati negli essudati radicali, potrebbero influenzare la composizione della flora presente nella rizosfera della pianta, favorendo alcune specie al posto di altre. Comunque questo rischio non è legato solo alla eventuale utilizzazione delle specie GM, ma è presente ogni qualvolta si introduce una nuova specie o varietà in un ambiente.

Potenzialità in campo agrario
Trattando dell’impatto ambientale delle PGM, non possiamo ignorare le potenzialità di questa tecnologia in campo agrario, e non solo. Il principale argomento a favore della biotecnologia è infatti che essa potrebbe offrire una alternativa all’attuale dipendenza da un’agricoltura non sostenibile, introducendo varietà colturali in grado di mantenere gli attuali livelli di produttività ma con minore impatto sull’ambiente.

L’ingegneria genetica potrebbe, per esempio, creare colture dotate di resistenza endogena a malattie e parassiti, capaci di autofertilizzarsi, fissando l’azoto atmosferico, e di garantire raccolti competitivi. Di più: piante con caratteristiche del tutto nuove, progettate specificamente per produrre alimenti, medicine, anticorpi, vaccini, precursori di materie plastiche e combustibili. Un po’ schematicamente, indichiamo qui di seguito i principali benefici che potrebbe trarre l’ambiente dall’uso delle PGM.

Riduzione dell’impiego di pesticidi. Numerosi studi hanno dimostrato che i metodi di coltura convenzionali hanno pesanti ripercussioni sulla salute degli ecosistemi agrari. L’introduzione delle PGM, resistenti a diverse patologie (causate da insetti, funghi o virus) o tolleranti all’azione di determinati diserbanti sistemici ad ampio spettro, può portare a una sensibile diminuzione dell’uso di pesticidi. In particolare, le PGM tolleranti a erbicidi consentono di accrescere notevolmente l’efficacia delle azioni di contenimento delle piante infestanti. Infatti, permettono di utilizzare diserbanti che, contrariamente a quelli selettivi impiegati nelle colture convenzionali, presentano nei dosaggi comunemente adottati in agricoltura un basso rischio di tossicità diretta nei riguardi degli invertebrati terrestri e dei microrganismi del suolo. Molti autori riportano che l’effetto positivo relativo alla diminuzione dell’uso di pesticidi sarebbe solo
momentaneo, e decrescerebbe dopo qualche anno di coltivazione. Tuttavia, indipendentemente dal «rendimento» delle PGM attualmente coltivate, considerando le potenzialità future è ragionevole supporre che le colture transgeniche potrebbero consentire di ridurre l’impiego di prodotti chimici (erbicidi, insetticidi, fungicidi) per controllare parassiti e piante infestanti in modi diversi: permettendo la diminuzione e/o l’abbandono dell’uso di certi pesticidi, e/o la riduzione della frequenza dei trattamenti e/o la superficie sottoposta a trattamento.

Protezione del suolo. L’utilizzo di PGM tolleranti a erbicidi potrebbe consentire l’abbandono della pratica del diserbo preventivo. Un controllo delle infestanti attuato esclusivamente nella fase post-germinazione potrebbe richiedere meno interventi meccanici sul terreno, contenere l’erosione del suolo e lo spreco idrico, nonché migliorare il bilanciamento della materia organica [21].

Incremento della produttività/ha. Come detto, l’uso di PGM aumenta la produttività agricola in modo significativo. Conseguentemente, mantenendo gli attuali livelli di produzione, l’impiego di PGM diminuirebbero le superfici sottoposte a coltura. Questo potrebbe alleviare la pressione antropica sulle terre non ancora coltivate ed arrecare beneficio anche all’ecosistema agrario, destinando piccole superfici alla conservazione della flora e fauna spontanea. I vantaggi potrebbero essere particolarmente accentuati nei paesi in via di sviluppo, ove gran parte dell’incremento della produzione agraria proviene attualmente dalla messa a coltura di aree naturali.

Conclusioni
Attualmente, riguardo la valutazione dei possibili rischi e potenziali benefici della coltivazione di PGM, esistono opinioni fortemente contrastanti, quasi sempre derivanti da ideologie pre-esistenti e non suffragate da una consolidata letteratura scientifica. Tale situazione ha spesso determinato l’impossibilità di valutare serenamente i possibili vantaggi e gli eventuali svantaggi derivanti dal ricorso a tali pratiche, rendendo difficile, se non impossibile, valutare razionalmente e obiettivamente se l’opzione transgenica sia compatibile o meno con la salute del consumatore, con la salute dell’ambiente e, non ultimo, se l’opzione OGM sia compatibile con le peculiarità del sistema agroalimentare italiano.

Riteniamo che la problematica OGM-ambiente sia ancora aperta e debba essere approfondita per evitare che effetti indesiderati ne annullino o, addirittura, sovvertano i potenziali benefici. Questo discorso vale particolarmente per l’agroecosistema italiano, con le sue peculiari caratteristiche ecosistemiche e per la ricchezza di specie vegetali. Sicuramente gli OGM pongono serie problematiche di flusso genico, da non generalizzare bensì da valutare caso per caso.

Ciò che è indubbio è che gli scontri muro-muro tra le diverse opinioni delle due fazioni pro e contro OGM ha portato a grandissime lacune nell’informazione fornita al consumatore (a volte in buona fede, spesso in malafede) e alla diffusione di credenze scientificamente incorrette: è stata recentemente pubblicata l’ultima edizione dell’Eurobarometro sul tema «Europei e Biotecnologie» che fa vedere come dal 1996 a oggi l’alfabetizzazione sul tema biotecnologie non ha fatto passi avanti, continuando a presentare evidenti lacune ed equivoci. Per esempio, solo una persona su tre è consapevole del fatto che i geni sono una caratteristica di tutti gli esseri viventi e non solo degli OGM, mentre una persona su due crede che mangiando OGM venga alterato il proprio DNA. È quindi evidente la necessità di presentare e illustrare alcuni temi «propedeutici» alla comprensione delle biotecnologie e la risposta ad alcune domande di carattere generale che stanno alla base del dibattito di questi ultimi anni.

Per quanto riguarda gli argomenti trattati in questo articolo, ritengo sia importante riportare due importanti considerazioni che possono essere usate come supporto dalle due «fazioni» pro e contro OGM. In primo luogo, molti dei rischi che sono ipotizzati nell’uso di PGM hanno una probabilità infinitesimale di accadere. Ipotizzando però uno scenario nel quale le PGM siano diffusamente coltivate a livello globale, è importante ricordare che per quanto infinitesimali possano essere le probabilità che un evento abbia una determinata conseguenza, ciò avverrà se l’evento viene ripetuto nel tempo e nello spazio un sufficiente numero di volte. Se un rischio esiste, per quanto infinitesimale sia, deve essere preso in considerazione, studiato, e valutato, anche perché qualunque conseguenza deriverà dagli effetti di un eventuale flusso genico, la conseguenza sarà presumibilmente assolutamente irreversibile.

Inoltre, l’agricoltura è per definizione un intervento sull’ambiente. Ritengo non sia corretto presentare alcune problematiche come tipiche della biotecnologia quando, invece, sono problematiche legate all’agricoltura in genere. Abbiamo, per esempio, brevemente accennato all’effetto delle PGM su organismi non bersaglio. Ma è chiaro che l’effetto sugli organismi non bersaglio esiste con qualunque «tipo» di agricoltura, sia essa organica, biologica, integrata o convenzionale. L’effetto va studiato, ma non deve essere presentato come un problema delle PGM. Non esiste infatti alcuna evidenza che possa suggerire che l’effetto su organismi non bersaglio sia superiore (anzi, normalmente è inferiore) rispetto a qualunque altro trattamento, sia esso conforme alle regole dell’agricoltura biologica o convenzionale. Un ragionamento simile va fatto quando si parla di possibilità che il «DNA transgenico» venga integrato nel genoma di microrganismi presenti nel terreno. Ebbene, nel momento in cui il DNA di una PGM è nel terreno non è DNA transgenico, è una sequenza di DNA non riconoscibile da quella originariamente proveniente da un organismo esistente in natura, che ha la stessa probabilità (e lo stesso effetto) di essere integrato nel genoma di microrganismi di qualunque altra sequenza di DNA naturalmente presente nello stesso terreno.

A conclusione, ritengo importante ricordare che il progresso tecnologico può essere uno strumento capace di portare  miglioramenti alla vita umana. Affinché questo si realizzi è necessario, però, affiancare la ricerca tecnologica applicata con una ricerca volta allo studio delle possibili ricadute ad ampio spettro delle nuove tecnologie, per evitare che ci siano effetti indesiderati che ne annullino i potenziali benefici. Solo una trattazione scientifica condotta su una solida base sperimentale permetterà una corretta valutazione del reale rischio connesso all’impiego estensivo e alla diffusione di OGM nell’ambiente, fugando eccessivi allarmismi da una parte e facili semplificazioni dall’altra.

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