HomeSalutePMA in Italia, solo una coppia su due accede ai trattamenti

PMA in Italia, solo una coppia su due accede ai trattamenti

Prima di essere sostanzialmente smantellata grazie a un manipolo di coraggiosi (prima su tutti l’Associazione Luca Coscioni, insieme ad avvocati e altri attivisti), la Legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita ha potuto fare grandi danni al desiderio di genitorialità di molte coppie. Restano però ancora due punti critici: l’accesso a queste tecniche ai single o alle coppie omogenitoriali, e i lunghi tempi di attesa per l’ovodonazione, necessaria alla fecondazione eterologa: al contrario di quanto avviene in Spagna, per esempio, in Italia le donatrici non hanno diritto ad alcun rimborso spese e di conseguenza la donazione diventa esso stesso un percorso a ostacoli. Detto questo, però, oggi in Italia la strada della PMA si è fatta meno ripida per le coppie che non riescano a ottenere gravidanze in modo naturale. E tuttavia, come hanno sottolineato gli esperti intervenuti all’incontro “Natalità, infertilità e accesso alla PMA in Italia: dati, barriere e soluzioni”, restano ancora degli ostacoli – non necessariamente giuridici, piuttosto organizzativi e comunicativi – che di fatto “dimezzano” il numero di coppie che riesce ad accedere ai trattamenti.

Se è vero infatti che ogni anno circa 150mila coppie potrebbero avere bisogno di ricorrere alla PMA, nel 2023 — ultima rilevazione — solo il 42% è riuscito ad accedere ai trattamenti. Chi ci prova si scontra con liste d’attesa lunghissime, costi spesso proibitivi e un peso emotivo che può diventare insostenibile. Così almeno racconta il quadro che emerge dalla doppia indagine condotta da Demetra, il network di cliniche convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale parte del gruppo IVI RMA Italia, su un campione di 480 donne e 35 centri di PMA rappresentativi di oltre il 54% dei cicli effettuati in Italia.

Chi sono le donne nel percorso di PMA

Il profilo emerso dall’indagine, condotta tra il 15 febbraio e il 10 marzo 2026, dice che in parte è un problema di orologio biologico: la PMA riguarda in larga misura donne che hanno già superato i 35 anni. Il 78% di chi valuta il percorso appartiene a questa fascia d’età, e ben il 40% ha già superato i 40 anni, soglia oltre la quale il potenziale riproduttivo cala sensibilmente e aumenta il rischio di abbandono precoce.

«I dati raccontano di un accesso sempre più tardivo alla medicina della riproduzione», spiega Laura Rienzi, professoressa associata nel Dipartimento di Scienze Biomolecolari dell’Università di Urbino e direttrice scientifica del Gruppo IVI RMA Italia. «Questo ritardo nell’attivazione ha un impatto diretto sugli esiti: tra chi ha vissuto un fallimento o ha deciso di abbandonare, la quota di over 45 è altissima. Spesso la rinuncia avviene già dopo la prima visita, quando la consapevolezza del timing biologico si scontra con una realtà clinica ormai complessa».

Il contesto demografico conferma la gravità della situazione. Come ricorda Cinzia Castagnaro, ricercatrice ISTAT, l’età media al primo figlio ha raggiunto quasi 32 anni — la più alta d’Europa. In questo scenario, la PMA cresce di importanza: nel 2023 ha contribuito per il 3,9% alla fecondità totale, un’incidenza quasi raddoppiata nel giro di un decennio. Tra le donne over 40, il 17,2% della fecondità totale è già attribuibile a tecniche di procreazione assistita, una percentuale che sale al 32,1% per chi diventa madre per la prima volta dopo i 40 anni.

Le criticità nel Servizio Sanitario Nazionale

Sebbene il Servizio Sanitario Nazionale rappresenti la prima scelta per oltre due donne su tre, il sistema pubblico mostra le sue crepe. Il 43% delle donne ha dovuto attendere più di tre mesi per una prima visita; il 17% non è riuscita nemmeno a prenotarla. Per dribblare le liste d’attesa, 9 donne su 10 finiscono per rivolgersi a strutture private, dove però i costi rappresentano un’altra barriera.

Non solo: più della metà delle donne interessate alla fecondazione assistita si trova intrappolata in una fase esplorativa, in una sorta di bolla temporale di incertezze: cercano informazioni — sempre più spesso sui social, diventati la seconda fonte dopo il medico — ma faticano a fare il passo definitivo. Questo indugio non è privo di conseguenze: il ritardo decisionale è oggi considerato uno dei principali rischi clinici del percorso.

Drop-out, fenomeno ignorato

Uno degli aspetti più preoccupanti emersi dall’indagine riguarda poi l’abbandono del percorso, il cosiddetto drop-out. Secondo la percezione dei centri, tra il 20% e il 50% delle coppie abbandona dopo il primo esito negativo. Eppure questo fenomeno non viene monitorato in modo sistematico: solo 4 centri su 35 dichiarano di tracciarlo attraverso database strutturati, mentre circa il 50% lo monitora in modo non strutturato e poco più del 40% dei centri dichiara di attuare strategie preventive per ridurlo.

Una delle ragioni di questo abbandono è il peso del fallimento, che si trasforma in paura quando alle coppie non viene spiegato che quello della PMA è quasi sempre un percorso, e che il successo dipende anche dal numero di tentativi che si è disposti a fare (o che ci si può permettere, quando ci si rivolge a una struttura privata). Servirebbe allora, dicono gli esperti, anche un supporto psicologico, elemento fondamentale per garantire la tenuta della paziente nel tempo. Perché la richiesta di aiuto cresce con il progredire del percorso: lo richiede il 35% di chi sta ancora valutando e sale fino al 50% di chi ha già affrontato un tentativo.

Foto di Sarah Kranz su Unsplash

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