All’origine del pregiudizio di conferma: perché crediamo solo a quello che ci dà ragione

pregiudizio di conferma

Far cambiare idea a qualcuno non è affatto semplice. Molti di noi, infatti, tendono a credere solamente alle informazioni che avvalorano ciò che già pensiamo. Un fenomeno cognitivo chiamato confirmation bias, o pregiudizio di conferma, noto per essere un elemento chiave nella diffusione della disinformazione e delle fake news. Ma da dove nasce e quali sono i meccanismi sui quali agisce? A provare a rispondere sono stati i ricercatori della City University di Londra e della University College London, secondo cui a giocare un ruolo importante in questo processo mentale è la corteccia frontale mediale posteriore (pMFC), area del cervello già nota per essere coinvolta nei processi decisionali. Lo studio è stato appena pubblicato su Nature Neuroscience. 

I meccanismi del pregiudizio di conferma

Nel nuovo studio, i ricercatori hanno cercato di capire dove nasce il pregiudizio di conferma, che consiste nel ricercare e selezionare informazioni in modo da attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni e ignorare quelle che le contraddicono. Per farlo, hanno coinvolto 42 partecipanti, suddivisi in coppie. Successivamente è stato chiesto loro di stimare se il prezzo di alcune proprietà immobiliari fosse più o meno di un importo fisso, scommettendo poi da 1 a 60 centesimi, a seconda di quanto si sentissero sicuri delle loro affermazioni. Successivamente, ogni partecipante è stato sottoposto a risonanza magnetica funzionale (fMri), e gli sono state mostrate nuovamente sia le proprietà, sia i giudizi dati che le scommesse iniziali. È stato poi messo al corrente delle scommesse del partner e gli è stato chiesto, infine, di fare una scommessa finale.

L’effetto delle opinioni altrui

Dalle analisi, i ricercatori hanno osservato che quando la stima del prezzo del partner confermava la valutazione iniziale, i partecipanti hanno proposto una scommessa finale con maggiori importi. Al contrario, quando le valutazioni erano in disaccordo, l’opinione del partner ha avuto un impatto limitato sulla scommessa iniziale. Ma non solo: i ricercatori hanno scoperto che l’attività della pMFC ha mediato l’effetto che la scommessa del partner ha avuto sulla scommessa finale del partecipante, ma solamente quando entrambe le valutazioni erano simili. Ciò suggerisce, spiegano i ricercatori, che l’attività della pMFC in risposta alle opinioni altrui si manifesta solo di fronte a un accordo e si riduce durante un disaccordo. In altre parole, quest’area del cervello aumenta la sua attività quando opinioni altrui sono concordanti con le nostre. Viceversa, diminuirebbe quando le informazioni sono in disaccordo con le nostri convinzioni, svolgendo così un ruolo importante nel processo del pregiudizio di conferma.

“Abbiamo scoperto che quando le persone non sono d’accordo, il loro cervello non riesce a codificare la qualità dell’opinione dell’altra persona, dando loro meno motivi per cambiare idea”, spiega il co-autore Tali Sharot. La scoperta, quindi, potrebbero aiutare a dare un senso al potere delle fake news sempre più diffuse nel mondo della politica, degli affari e dei media. “La tendenza comportamentale a scartare informazioni non concordi ha implicazioni significative per le persone e la società in quanto può generare polarizzazione e facilitare il mantenimento della disinformazione”, conclude Sharot.

Riferimenti: Nature Neuroscience

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