Processo Eternit, annullata la condanna

Nessun colpevole. Ma non perché, come si dice in gergo, “il fatto non sussiste”. Il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny non andrà in carcere, come aveva deciso la Corte d’appello di Torino, per “intervenuta prescrizione”. Schmidheiny era stato condannato a 18 anni per l’inquinamento da Eternit che causò tumori ai polmoni (mesotelioma pleurico, per la precisione) e asbestosi nella popolazione di Casale Monferrato, Cavagnolo, Rubiera e Bagnoli, provocando quasi tremila morti. Lo ha deciso la Suprema Corte, accogliendo le richieste del procuratore generale Francesco Iacoviello. Oltre all’annullamento della pena di Schmidheiny, sono stati cancellati anche tutti i risarcimenti alle vittime.

Il 6 aprile 2013 il giudice Alberto Oggè, presidente della Terza sezione penale della Corte d’appello di Torino, aveva condannato a 18 anni (due in più rispetto al primo grado) Ernst Stephan Schmidheiny, riconoscendolo colpevole di disastro doloso e assolvendolo soltanto dall’accusa di omissione volontaria di cautele antinfortunistiche. Schmidheiny era imputato assieme al suo socio, il barone belga Louis De Cartier, morto poco prima della sentenza di secondo grado. I due erano a capo della multinazionale Eternit, con stabilimenti in Piemonte, Emilia e Campania. Secondo la sentenza, Schmidheiny e De Cartier avrebbero continuato a mantenere operative le proprie fabbriche pur sapendo dell’alta tossicità dell’amianto e senza far usare agli operai precauzioni come mascherine e guanti per evitare che si ammalassero di tumore al polmone o absestosi. Oltre al carcere, i giudici condannarono Schmidheiny un risarcimento di quasi 100 milioni di euro, destinati ai sindacati, al comune di Casale Monferrato, alla regione Piemonte e alle 932 parti lese.

Ma oggi è stato tutto annullato. Perché è passato troppo tempo dai fatti. Peccato che non sarebbe potuto essere altrimenti, come spiega lo stesso Iacoviello. Sostanzialmente, secondo il procuratore generale che ha avallato la richiesta di prescrizione, contestare il reato di disastro è stato un errore giuridico, perché, come spiega La Stampa, “questo tipo di accusa non è sostenuto dal diritto”. A differenza del reato per il crollo di una casa, dice Iacoviello, che è immediatamente contestabile, non è giuridicamente possibile prevedere la permanenza di un reato che causa morti a distanza di parecchi decenni. Il mesotelioma maligno, infatti, ha un’alta latenza (in altre parole, si manifesta solo molti anni dopo l’esposizione all’amianto). “Anche se oggi qui si viene a chiedere giustizia”, continua Iacoviello, “un giudice tra diritto e giustizia deve scegliere il diritto”.

“Con questa premessa”, hanno replicato angosciati i parenti delle vittime, “non si potrà mai incriminare nessuno per disastro per le morti di amianto, perché le malattie si manifestano a distanza di molto tempo. Ed è questa latenza che protegge chi ha commesso questo crimine di cui qui noi rappresentiamo il segno più evidente della sofferenza”. Il pm Raffaele Guariniello, che aveva condotto l’inchiesta e l’accusa nel dibattimento d’appello, non demorde: “Non è un’assoluzione. Il reato c’è. E adesso possiamo aprire il capitolo degli omicidi. La Cassazione non si è pronunciata per l’assoluzione. Il reato evidentemente è stato commesso, ed è stato commesso con dolo. Abbiamo quindi spazio per proseguire il nostro procedimento, che abbiamo aperto mesi fa, in cui ipotizziamo l’omicidio”.

Attualmente, dal punto di vista giuridico, come spiega La Repubblica, restano ancora tre inchieste aperte a Torino per il caso Eternit. La prima, quella a cui si riferisce Guariniello, è riferita all’accusa contro Schmidheiny per omicidio volontario in relazione alla morte per mesotelioma di 213 persone. Il secondo processo verte sui decessi degli italiani che lavoravano negli stabilimenti Eternit in Svizzera e Brasile. Il terzo, infine, riguarda le fabbriche di Balangero, nel Torinese, in merito alle quali uno studio epidemiologico commissionato dallo stesso Guariniello, esaminando le storie sanitarie di 1966 ex addetti dello stabilimento, ha provato 214 decessi riferibili al contatto con il cosiddetto amianto bianco. Schmidheiny è indagato perché la fabbrica di Balangero, per qualche tempo, ha fatto parte dell’azienda Eternit.

Credits immagine: Paolo Margari/Flickr
Via: Wired.it

1 commento

  1. Dunque se ho capito bene. se avveleno 3000 persone con un veleno che le ammazza rapidamente (tipo cianuro sciolto in un acquedotto) sono un “mostro” che può giustamente essere processato e condannato, se invece li avveleno con qualche sostanza che li ammazza lentamente negli anni, magari tra sofferenze atroci, allora vengo assolto per prescrizione.
    Poveri nazisti, qualcuno avrebbe dovuto dirglielo che se invece di sbattere sei milioni di Ebrei nelle camere a gas, li avessero mandati a lavorare in cave di amianto, potevano farli fuori lo stesso, e magari venivano pure assolti per “prescritto genocidio”.

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