Rodney A. BrooksRobot. The future of flesh and machinesPenguin books, 2002 pp. 260, euro 14,28Sono più di 100 le aziende che in tutto il mondo lavorano alla realizzazione del robot emotivo, ma “c’è da scommettere che ancora fra 10 o 20 anni i nostri robot rimarranno isolati nella loro fisiologia. Sarà possibile renderli sempre più simili agli umani nelle fattezze esteriori. Ma sapremo sempre che dietro l’apparenza simile alla nostra c’è qualcosa di differente da noi”. Questa l’opinione del più grande esperto in materia, Rodney A. Brooks, direttore del laboratorio di Intelligenza Artificiale al Massachussetts Institute of Technology, e padre di Kismet, uno dei primi automi capaci di interpretare le emozioni di chi gli stava davanti e di rispondere di conseguenza. E proprio dalla sua creatura Brooks parte nel suo libro per parlare delle ultime ricerche nel campo dell’Intelligenza Artificiale.Per definirlo l’autore fa il paragone con una creatura di Stanley Kubrik, HAL 9000, il computer di bordo dell’astronave di “2001: odissea nello spazio”. “Sebbene non abbia la stessa personalità forte di HAL”, scrive Brooks, “Kismet è il primo robot socievole del mondo, capace di interagire con gli umani al loro stesso livello, e che le persone accettano come creatura umanoide”. Attraverso le sette espressioni facciali di cui è capace esprime gioia, sorpresa, disgusto, calma, tristezza, interesse e rabbia. Un linguaggio che le persone davanti al robot riconoscono e che lui a sua volta è in grado di rintracciare nel viso dell’interlocutore. Il comportamento dell’automa dipende quindi strettamente da chi gli sta davanti. Negli occhi di Kismet infatti una telecamera scruta le espressioni facciali di chi dialoga con lui, e su queste calibra le proprie risposte. Così davanti a un sorriso produrrà un sorriso, e a un’espressione imbronciata farà seguire una faccia altrettanto corrucciata. Il depositario delle emozioni, quindi, è sempre l’essere umano. Il robot non prova niente, ma suscita una riposta emotiva in chi lo guarda.La creatura del Mit non è proprio come David, il bambino protagonista di “A.I.”, il film di Steven Spielberg che per farlo si è ispirato sempre a un’idea di Kubrik, ma è già qualcosa. Kismet ha infatti un comportamento visuale che è alla basa dell’interazione sociale. Come spiega Brooks, “tra le persone, la direzione dello sguardo e la determinazione di questa direzione è una componente fondamentale dell’interazione. Dalla direzione dello sguardo, per esempio, capiamo se il nostro interlocutore ci sta ascoltando o meno”. Insomma, siamo sulla buona strada anche se il cammino è lungo sebbene eccitante. E proprio l’entusiasmo è il sentimento che traspare di più dalle pagine di questo libro, scritto sul campo da chi ha dedicato e dedica gran parte del suo tempo alla creazione di un umanoide dai buoni sentimenti. Infine, a chi getta ombre oscure sul futuro immaginando robot che, proprio in nome delle loro capacità potenziate, prendono il sopravvento sugli umani Brooks risponde che più che preoccuparsi dei possibili sviluppi dell’Intelligenza Artificiale e delle sue macchine, c’è da essere impauriti dai cambiamenti che vengono da un’altra disciplina: l’ingegneria genetica. Infatti, secondo il ricercatore del Mit, sarà più facile per un essere umano trasformarsi in un qualcosa di simile a un robot, grazie all’impianto di microchip, parti metalliche e sensori, piuttosto che per una macchina imparare a gestire emozioni e sentimenti.





