Sclerosi multipla e CCSVI, uno studio nega il legame

Sessantunomila in Italia, due milioni e mezzo del mondo. Tanti sono i malati di sclerosi multipla, di cui oggi si celebra la giornata mondiale in 65 paesi (World MS Day). In Italia l’iniziativa cade all’interno della settimana nazionale dedicata alla malattia, promossa dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) per informare e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema, e per fare il punto sulla ricerca scientifica targata Aism. Ricerca in buona parte rivolta a esplorare le possibili relazioni tra CCSVI e sclerosi multipla, un impegno che per Aism e la sua Fondazione (Fism) si è tradotto nello studio epidemiologico multicentrico, in alcuni centri già partito (vedi Galileo). Ma in attesa dei primi risultati di questo studio (attesi entro la fine dell’anno) le pubblicazioni e le scoperte su sclerosi multipla e malformazione venosa si accumulano. Una delle ultime è quella apparsa sugli Annals of Neurology, firmata dal gruppo di ricercatori guidati da Diego Centonze della Clinica Neurologica dell’Università di Roma Tor Vergata, nella quale non si evidenziano correlazioni tra CCSVI e sclerosi multipla. Galileo ha incontrato il ricercatore in occasione del World MS day per capire come è nato lo studio e quali sono i risultati più importanti.

Professore Centonze perché i dati sulle correlazioni tra CCSVI e sclerosi multipla sono così contrastanti?

“Molta della discrepanza sulla correlazione o meno della CCSVI con la sclerosi multipla viene attribuita, come sostenuto dallo stesso Paolo Zamboni, al fatto che la tecnica necessaria per identificare la CCSVI non è accessibile a chiunque: gli operatori che effettuano gli esami hanno bisogno di una lunga preparazione e non tutti i macchinari impiegati nei diversi studi sono adatti a evidenziare la malformazione venosa. In pratica alla base di queste differenze ci sarebbe una sostanziale diversità delle tecniche utilizzate. E quello delle metodologia è un problema reale, dovuto anche al fatto che si sa ancora molto poco sullo studio del sistema venoso rispetto a quanto invece sappiamo sulle arterie. A questo si aggiunge poi che è molto difficile discriminare tra variabili anatomiche normali interindividuali e quadri patologici. Basti pensare al reticolo venoso superficiale: ognuno di noi ha delle vene diverse, e lo stesso tipo di variabilità esiste sicuramente anche nelle vene più profonde. Quindi in realtà capire dove finisce la fisiologica variabilità tra persone e dove comincia la patologicità è davvero difficile”.

Come avete cercato di superare queste difficoltà metodologiche nel vostro studio?

“Ci siamo messi esattamente nelle stesse condizioni sperimentali di Zamboni, ovvero abbiamo adottato la sua stessa macchina e gli operatori che hanno eseguito gli esami doppler sono stati formati da lui stesso in occasione di diversi corsi da lui tenuti. In più gli operatori sono andati nel centro di Ferrara a vedere direttamente Zamboni al lavoro. La logica che abbiamo scelto di seguire è quella di non chiederci tanto quale fosse il modo migliore per visualizzare l’alterazione venosa, quanto piuttosto quella di riprodurre quanto visto da Zamboni usando la sua stessa macchina, dando per scontato cioè che le indicazioni da lui fornite fossero quelle necessarie a identificare un fenomeno che a molti sfuggiva. In più abbiamo aggiunto il criterio della cecità degli operatori durante le visite, questo perché l’esame per diagnosticare la CCSVI è molto operatore dipendente e sapere se il paziente ha o meno la sclerosi multipla può influenzarne l’esito”.

Cosa avete osservato nel vostro studio?

“Noi abbiamo effettuato gli esami su un campione di 84 pazienti con sclerosi multipla e 56 controlli sani. Analizzando i risultati abbiamo osservato che in effetti alcune anomalie venose si possono riscontrare, ma non in maniera statisticamente significativa tra pazienti e controlli. In pratica non ci sono differenze nella frequenza di CCSVI tra malati e sani. Un dato questo che non supporta l’idea che la CCSVI abbia un ruolo nel rischio di sviluppare della malattia. Appurato questo, abbiamo poi cercato di vedere se, laddove presente, la CCSVI avesse invece un ruolo nel rischio di progressione della malattia. L’idea alla base infatti era che pur non partecipando all’insorgenza della malattia, la CCSVI potesse influenzarne il decorso, e determinare magari un quadro clinico più aggressivo rispetto alle persone senza le stenosi. Per far questo abbiamo tentato di correlare la presenza della malformazione venosa ad alcune variabili cliniche note dei pazienti con sclerosi multipla, seguiti da noi da lungo tempo. Anche in questo caso, però, non abbiamo osservato nessuna correlazione tra severità dei sintomi e presenza di CCSVI”.

Che significato hanno questi risultati?

“Le conclusioni del nostro studio sono che la CCSVI non ha un ruolo né nel rischio di sviluppare la malattia né in quello di incorrere in una forma più aggressiva di sclerosi multipla. Questo secondo dato è particolarmente importante se si considera la diffusione delle metodiche di intervento di disostruzione delle vene, tramite angioplastica, che mirano a migliorare o arrestare il decorso della malattia. Quanto abbiamo osservato non ci spinge a credere che gli interventi di disostruzione possano avere un reale beneficio, visto che la presenza delle stenosi non si associa a una malattia più aggressiva. In quest’ottica rimuovere le stenosi non solo sarebbe inutile ma in alcuni casi potrebbe essere anche dannoso, per i rischi connessi all’intervento, che per quanto semplice è comunque un’operazione”.

1 commento

  1. “L’insufficienza venosa cronica cerebrospinale (CCSVI) è una sindrome[1] emodinamica, recentemente proposta, in cui le vene cervicali e toraciche non sono in grado di rimuovere efficacemente il sangue dal sistema nervoso centrale (SNC) presumibilmente a causa di stenosi e malformazioni delle vene cerebrospinali”

    Ho copiato e incollato questotesto da Wikupedia, certa di offrire un aiuto a chi legge questo articolo

  2. Lo studio pubblicato dal team del Dr. Centonze ha stabilito un nuovo primato mondiale. Il 36% delle persone sane avrebbe la CCSVI quando persino i risultati degli studi Doepp Mayer e Baracchini, pur in contrapposizione a quello di Zamboni, non vanno oltre al 2% mentre la media mondiale é 8%…

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