Scuola, l’integrazione è promossa

(Credits: The EricGus/Flickr CC)

I ragazzi figli di immigrati che hanno buoni rapporti con i coetanei italiani, che frequentano italiani e che progettano un futuro nel nostro paese hanno un rendimento scolastico migliore. L’integrazione sociale, insomma ha ricadute positive anche sullo studio e la capacità di apprendimento. Lo mostrano i dati dell’indagine Istat sull’integrazione scolastica e sociale delle seconde generazioni di immigrati. Il progetto, svolto  tra il marzo e il giugno 2015, si colloca all’interno dei lavori finanziati dal Fondo Europeo per l’integrazione e ha visto la collaborazione del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur). È stato valutato il rendimento scolastico di ragazzi nati in Italia da genitori immigrati o arrivati in Italia in giovane età, e parallelamente sono stati somministrati dei questionari per conoscere la loro storia migratoria, i rapporti con compagni, insegnanti e familiari. Cosa è emerso? (qui il documento completo).

I ragazzi figli di immigrati hanno maggiori problemi rispetto ai coetanei italiani: il 27,3% ha ripetuto uno o più anni scolastici rispetto al 14.3% degli italiani. Il 51% non viene inserito nella classe corrispondente alla propria età, ma nelle classi precedenti. Inoltre gli alunni stranieri delle scuole secondarie di primo grado hanno mediamente mezzo punto in meno degli italiani nei voti di Italiano e Matematica. Ma dall’analisi emerge anche che essere soddisfatti dei buoni rapporti con coetanei e insegnanti influenza positivamente il rendimento.

Le differenze negative rispetto agli italiani sono più evidenti nel corso delle scuole secondarie di primo grado, ed è questo il periodo socialmente più difficile per i ragazzi: frequentano meno i coetanei italiani, sono meno soddisfatti dei rapporti con i compagni di classe e hanno problemi linguistici più evidenti.

Il senso di appartenenza (risposte ai quesiti: 1. quanto spesso frequenti italiani, 2. quanto ti senti italiano, 3. vorresti fermarti in Italia in futuro) ha ripercussioni concrete sull’apprendimento del linguaggio: i ragazzi moldavi e ucraini, tra quelli che maggiormente si sentono italiani e hanno forte desiderio di fermarsi in Italia, hanno i migliori voti in italiano. Mentre i ragazzi provenienti da Ecuador e Perù descrivono loro stessi come stranieri, non vedono il loro futuro in Italia e mostrano voti peggiori.

Emblematica è la situazione del sud Italia: nel mezzogiorno si riportano le più alte quote di stranieri che si sentono italiani (45% al Sud e 47,4% nelle Isole contro la media nazionale di 37.8%), che da grandi vogliono vivere in Italia (33.7% al Sud e 36.6% nelle Isole contro la media nazionale di 31.6%) e che frequentano compagni italiani (92.3% al Sud e 89.6% nelle Isole contro la media nazionale di 86.2%). Allo stesso tempo si registrano percentuali più basse di ripetenze e ridotte differenze rispetto agli italiani sia in italiano che in matematica.

Questo da parte dei ragazzi, ma com’è la situazione vista dalla cattedre? Anche agli insegnanti è stato sottoposto un questionario per esprimere opinioni sui processi di integrazione dei ragazzi stranieri. Complessivamente l’aumento della presenza di stranieri nelle scuole è visto come un fatto positivo al fine di poter formare generazioni senza pregiudizi, e arricchire la didattica con esperienze multiculturali, a patto che la loro presenza non superi il 20% per evitare difficoltà pratiche e formative.

Come è stato ribadito durante l’incontro del 21 aprile 2016 “Focus integrazione. Seconde generazioni” i figli di immigrati hanno un ruolo importantissimo nel percorso di integrazione degli stranieri e deve essere obiettivo di tutti favorire il senso di appartenenza di questi ragazzi. Se, come si è visto, il percorso di integrazione scolastica può essere reso più facile dal giusto contesto sociale e didattico, i dirigenti scolastici e le istituzioni devono tenere conto di questi dato, nell’ottica di un arricchimento socio culturale per tutti i protagonisti.

Articolo prodotto in collaborazione con il Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza dell’Università di Ferrara

Katia Codeluppi

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