Se il giudizio è morale

Un'informazione quanto più completa e obiettiva possibile su rischi e benefici non garantisce il consenso del pubblico. Perché la percezione è influenzata dai propri valori culturali, soprattutto religiosi

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Che cosa decreterà il successo o l’insuccesso delle nanotecnologie? Certamente le promettenti applicazioni, la possibilità di realizzarle a costi contenuti e i benefici che queste potrebbero portare per la società. Non di meno, si dovrà però tener conto del consenso dei cittadini e della loro percezione del rapporto tra i rischi (per la salute, per la società e per l’ambiente) e i benefici. Pena il ripetersi di quanto già visto con le biotecnologie, quando la mancanza di una seria considerazione dell’accettabilità sociale permise il generarsi delle condizioni che hanno rallentato, e in alcuni casi arrestato, la ricerca.

Inutile illudersi che una informazione il più possibile completa ed equilibrata garantisca un consenso diffuso: il modo in cui le informazioni sono recepite cambia infatti a seconda dei valori culturali e, in particolare, religiosi. È questa la conclusione di due indagini pubblicate sull’ultimo numero di Nature Nanotechnology, e condotte l’una da Dan Kahan della Yale Law School, l’altra da Dietram Scheufele dell’Università del Wisconsin-Madison e da Elizabeth Corley dell’Arizona State University.

Nel primo caso, Kahan e colleghi hanno analizzato la presa di posizione di 1.500 statunitensi “a digiuno” di nanotech, dopo essere stati informati sui possibili rischi e benefici di queste tecnologie. Risultato: l’informazione non ha persuaso il campione, ma ha aumentato in maniera drastica la “polarizzazione” delle opinioni dei singoli individui in ragione del loro substrato culturale e sociale. Per esempio, le persone più individualiste, con piglio imprenditoriale e attente al profitto tendono a concludere che le nanotecnologie siano sicure. Mentre chi è più sensibile alle diseguaglianze economiche fra i paesi tende a considerarle pericolose.

Del resto, lo studio condotto da Scheufele e Corley su 12 paesi europei e negli Usa dimostra come un altro aspetto legato alla cultura, il grado di religiosità, possa essere considerato un elemento predittivo estremamente affidabile per valutare l’accettabilità morale delle nanotecnologie. “Abbiamo provato a prendere in considerazione fattori specifici per ciascun paese”, afferma Scheufele, “ma abbiamo dovuto concludere che la religione è ancora uno degli elementi più indicativi per prevedere in che misura le nanotecnologie saranno moralmente accettabili e quanto verrà riconosciuta la loro utilità pratica per la società”.

I ricercatori hanno posto ai cittadini americani le stesse domande considerate nell’indagine per l’Eurobarometro 2006 (sulla percezione delle nanotecnologie nell’Ue): si sono così accorti come negli Usa e in paesi tradizionalmente religiosi (come Italia, Austria e Irlanda) le nanotecnologie siano considerate moralmente poco accettabili – probabilmente per considerazioni legate all’opportunità di influenzare i meccanismi biologici. Al contrario, l’accettabilità morale delle nanotecnologie è mediamente più elevata in quei paesi, come Francia e Germania, dove la religione non rappresenta un elemento così influente sulla condotta quotidiana dei cittadini.

Dato che il nanotech è già ampiamente presente sul mercato mondiale (Project on Emerging Nanotechnologies stima in oltre 800 i prodotti nano già in commercio, per un giro di affari che nel 2007 si è aggirato sui 147 miliardi di dollari – e che si stima supererà, entro il 2015, tre milioni di miliardi di dollari), è lecito domandarsi come sarà possibile coniugare uno sviluppo così rapido a una accettabilità sociale tanto precaria.

Confrontato le risposte a un sondaggio condotto nel 2007 e quelli di un sondaggio simile condotto nel 2004, Scheufele e Corley hanno osservato, inoltre, che il grado di conoscenza degli statunitensi in materia di nanotecnologia è sostanzialmente sempre fermo allo stesso livello. In pratica, chi si è formato una certa base di conoscenza in materia la mantiene e chi non ne sa nulla non crede valga la pena informarsi. Colpa, secondo gli autori, di una mancanza di attenzione da parte dei media e di un “episodio chiave” di cronaca in grado di attirare l’attenzione pubblica, motivi per cui non si è ancora svolto un vero e proprio dibattito sul tema delle nanotecnologie.

Ma quando l’episodio-chiave si verificherà, di fronte alla necessità di prendere una posizione, le persone si formeranno rapidamente un’opinione, facendo affidamento su metafore, immagini e informazioni acquisite in precedenza. “C’è ancora tutto il tempo per sviluppare azioni di comunicazione volte a chiarire concretamente i rischi legati alle nanotecnologie”, osserva Kahan, “l’unico errore che possiamo fare è considerare queste azioni come non necessarie”.

Come queste azioni debbano concretizzarsi non è ancora chiaro. “Se la scelta di comunicare può essere discriminante fra il successo e il fallimento di una impresa tecnologica, questi studi evidenziano come gruppi e pubblici diversi reagiscano alle stesse informazioni in maniera completamente differente”, conclude David Rejerski, direttore di Project on Emerging Nanotechnologies. Una forma di comunicazione efficace dovrebbe quindi rispondere a una delle domande più complesse della storia della scienza: come conciliare il proprio approccio a quello della morale e della religione.


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