Sei miliardi da sostenere

    Negli ultimi quaranta anni la popolazione mondiale è praticamente raddoppiata, e il 12 ottobre scorso abbiamo festeggiato la nascita del sei miliardesimo abitante della Terra. Per l’occasione il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) ha pubblicato il rapporto: “Sei miliardi, l’ora delle scelte”. Nel documento si analizzano, da una parte, le cause che hanno portato a questo vertiginoso incremento demografico e, dall’altra, si avanzano ipotesi per risolvere i problemi che inevitabilmente tale crescita ha portato.

    Dal rapporto dell’Unfpa emerge che in ogni dinamica demografica le donne ricoprono sempre un ruolo chiave. “Una donna che vive in un paese industrializzato, e che gode di un discreto livello di benessere, è più preoccupata per la sorte dei propri figli e tende quindi ad averne di meno. Vorrebbe, infatti, assicurare loro una vita ricca di opportunità e priva di qualsiasi rischio”, sostiene Vincenzo Tagliasco, professore di bioingegneria all’Università di Genova e autore nel 1996, insieme a Enrico Pedemonte, del libro Vantaggi dello sboom demografico. “Al contrario”, continua Tagliasco, “una donna che vive, per esempio, nell’Africa Subsahariana, regione nella quale esiste tradizionalmente un alto tasso di mortalità infantile, tende ad avere molti figli perché sa che molti di loro non supereranno i primi anni di vita”.

    Sul tema della crescita demografica, nel 1994 si è svolta al Cairo la Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (ICPD). I 179 paesi intervenuti si sono trovati d’accordo sul fatto che esiste un legame indissolubile tra popolazione e sviluppo, e che quindi il soddisfacimento delle esigenze di istruzione e di salute, soprattutto quella riproduttiva, sono due aspetti necessari per un aumento omogeneo della popolazione tra Nord e Sud del mondo. Da allora, molte delle nazioni che hanno preso parte alla conferenza hanno adottato provvedimenti per la tutela dei diritti delle donne. In particolare, alcune di essi hanno emendato leggi per rafforzare le misure contro le mutilazioni dei genitali femminili, lo stupro, il matrimonio forzato, la violenza domestica, l’omicidio per dote e il delitto “d’onore”.

    Inoltre, secondo i dati emersi dal rapporto dell’Unfpa, negli ultimi cinquanta anni i progressi della medicina hanno diminuito sensibilmente il tasso di mortalità: la speranza di vita globale è passata da 46 a 66 anni. Ma anche la curva del tasso di natalità, seppur in maniera disomogenea, fa registrare un andamento negativo: in 61 nazioni industrializzate, nelle quali risiede il 44% della popolazione mondiale, le coppie hanno meno di due figli – contro i 2,8 degli anni del dopoguerra – un numero insufficiente per “sostituire” i genitori. Nei paesi in via di sviluppo, invece, il tasso di fecondità nel 1950 era in media di 6,2 figli per donna, mentre attualmente non supera i tre. Nella seconda parte del nostro secolo il calo più rapido delle nascite è avvenuto nel Sud America (da 5,9 a 2,7 figli) e in Asia (da 5,9 a 2,6). Meno rapido ma comunque costante è stato il calo demografico nel Nord Africa e in Medio Oriente (da 6,6 a 3,5) e nell’Africa Subsahariana (da 6,5 a 5,5). Tuttavia, nonostante questa riduzione del tasso di natalità, che ha ridimensionato fortemente alcune prospezioni degli ultimi decenni, la popolazione continua a crescere di circa 79 milioni di persone l’anno. “Secondo i demografi”, dice Tagliasco, “la combinazione tra le diverse dinamiche esistenti nel Nord e nel Sud del mondo farà sì che, tra qualche anno, il numero degli abitanti della Terra si stabilizzerà intorno ai dieci miliardi”.

    La disomogeneità nello sviluppo demografico sta creando inevitabilmente anche uno squilibrio nella distribuzione degli abitanti, destinato ad aumentare. Secondo i dati dell’Unfpa, dal 1960 a oggi la popolazione dell’Africa è triplicata, e si pensa che entro il 2050 sarà tre volte più numerosa di quella europea. Un dato significativo, se si considera che, sempre nel 1960, gli abitanti del Vecchio Continente erano il doppio di quelli africani. A causa di questa forte crescita demografica nei paesi in via di sviluppo le migrazioni internazionali sono al centro delle discussioni politiche della maggior parte dei governi. Dal 1965 al 1990 il numero degli emigranti è passato da 75 a 120 milioni. “Facendo delle previsioni sulle dinamiche demografiche”, dice Tagliasco, “bisogna sempre tenere conto della variabile dell’immigrazione. È per questo motivo che è praticamente impossibile riuscire a calcolare quale sarà il numero degli abitanti del nostro pianeta tra molti decenni. Infatti, le popolazioni vitaliste, ovvero quelle che hanno degli alti tassi di fecondità, si stanno sempre di più miscelando con quelle non vitaliste, in modo tale da mantenerle stabili”.

    Secondo gli esperti, esiste un aspetto singolare, collegato al calo dei tassi di fecondità nei paesi in via di sviluppo, che potrebbe aprire le porte a una ripresa economica. Infatti, diminuendo le nascite, aumentano in proporzione le persone che entrano in età lavorativa e quindi produttiva. Un “bonus demografico” rappresentato da un numero di individui tra i 20 e i 30 anni che, per un limitato periodo di tempo, si trova a superare sia quello dei bambini da sfamare che quello degli anziani da sostenere. La situazione ideale per innescare una crescita economica, a patto che si creino le condizioni che consentano di sfruttarne il potenziale produttivo. In Asia orientale, l’effetto di un fenomeno di questo tipo si è tradotto in un aumento dei risparmi, degli investimenti e soprattutto della spesa sociale. Le previsioni dicono che nei prossimi 10-20 anni una simile opportunità sarà data anche all’Asia meridionale e all’Africa. Ma per ottenere gli stessi risultati questi paesi dovranno migliorare il sistema sanitario e quello scolastico. E sperare di mantenere nel tempo i vantaggi acquisiti. Purtroppo, negli ultimi anni, l’economia dell’Est asiatico sta rischiando di perdere terreno: la crisi finanziaria del 1997 ha messo in ginocchio i governi locali, che hanno dovuto effettuare tagli alla sanità, in particolare ai programmi di prevenzione e trattamento dell’Aids e delle altre malattie a trasmissione sessuale.

    Durante la conferenza del Cairo era stato calcolato che entro la fine del 2000 sarebbero stati indispensabili 17 miliardi di dollari per le attività relative alla popolazione e alla salute riproduttiva nei paesi in via di sviluppo. I due terzi di questa cifra doveva provenire dalle nazioni interessate mentre la somma restante da donatori internazionali. Le cose però non sono andate così. Gli unici paesi in via di sviluppo che sono riusciti a trovare risorse per le loro attività sono stati cinque: Cina, India, Indonesia, Iran e Messico. Gli altri non hanno alcuna disponibilità finanziaria. I paesi donatori sono stati appena sei: la Danimarca, la Norvegia, i Paesi Bassi, l’Australia, la Finlandia e il Regno Unito. I primi tre hanno stanziato una quota considerevole del proprio Pil; gli altri tre, invece, hanno cominciato solo da poco ad alzare la quota. Gli Stati Uniti, invece, hanno ridotto sensibilmente i finanziamenti. In ogni modo, se la situazione non migliorerà, si rischia di mantenere alti i tassi di gravidanze indesiderate, aborti, mortalità materna e infantile, e perfino di accelerare la diffusione dell’Hiv/Aids. Proprio per questa ragione si stanno muovendo le organizzazioni non governative che, nell’ambito del settore privato, cercano di trovare fondi che permettano ai governi dei paesi in via di sviluppo di avviare politiche nell’ambito della sanità e dell’istruzione. Perché è a partire da lì che la crescita demografica mondiale può lentamente trasformarsi in uno sviluppo più consapevole.

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