Specie a rischio estinzione

Mammiferi, uccelli, rettili, pesci e anfibi, tutti impegnati nella difficile impresa di evitare l’estinzione. Perché il numero delle specie in pericolo continua ad aumentare in tutto il mondo. A migliaia rischiano di soccombere di fronte alla avanzata dell’uomo, poco incline a condividere con altri animali le risorse del Pianeta. L’allarme del Wwf Italia

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Alla fine l’hanno spuntata. Tra due anni, Zimbabwe, Botswana e Namibia potranno vendere le circa 100.000 tonnellate di avorio che giacevano inutilizzate nei capannoni dal 1989. In quell’anno la Cites, l’organismo dell’Onu che regolamenta il commercio di animali e piante in via di estinzione e dei loro derivati, aveva infatti inserito la Loxodonta, l’elefante africano, nella sua Appendice I, la lista delle specie ad alto rischio, decretando così il bando del commercio mondiale dell’avorio.

Ora invece un quantitativo limitato partirà dalle riserve dei paesi sudafricani verso il Giappone. Questa è la soluzione apparsa più accettabile agli ambientalisti più pragmatici. “Premia le nazioni che hanno realizzato i maggiori sforzi per la conservazione della natura nel proprio territorio e che hanno visto incrementare le loro popolazioni di elefanti”, ha dichiarato Massimiliano Rocco, responsabile dell’Ufficio italiano del Traffic del Wwf, nel suo intervento alla conferenza Cites in Zimbabwe.

Alla fine degli anni Ottanta, dopo circa un decennio di caccia indiscriminata, la popolazione totale di elefanti in Africa si era dimezzata: da 1 milione e 200 mila individui stimati nel 1981 si era arrivati ai 620 mila del 1989. All’inizio, per ottenere una tonnellata di avorio era sufficiente abbattere 54 esemplari adulti. Via via che questi diminuivano di numero, però, si iniziò a uccidere i maschi più giovani, poi le femmine e, infine, persino i giovanissimi dalle zanne molto più piccole. Nell’87 per mettere insieme una tonnellata del prezioso materiale bisognava uccidere circa 105 elefanti. Si comprese allora che, in assenza di una regolamentazione, l’elefante africano si sarebbe estinto entro il 2010. Da un decennio a questa parte, dunque, gli elefanti non sono più nel mirino dei cacciatori di avorio e il loro numero è tornato ad aumentare. La loro sopravvivenza nell’Africa meridionale continua però ad essere minacciata dalla mancanza di spazi aperti, erosi dall’avanzata di100 milioni di persone.

I parchi e le aree protette in cui sono stati confinati gli elefanti sono ormai sovraffollati e non garantiscono la grande quantità di cibo di cui gli animali hanno bisogno. Per questo motivo, gli elefanti, spesso affamati, sconfinano devastando villaggi e colture, mentre per secoli questi animali hanno potuto vagare liberamente, anche per centinaia di chilometri, spostandosi nelle zone più ricche di vegetazione. E il loro numero rimaneva costante: alcuni, attraversando regioni inospitali, morivano di fame. Ora, questo ciclo millenario si è interrotto per l’inaudito proliferare di una specie dalle scarse attitudini ecologiche, l’Homo sapiens, che ovunque arrivi porta distruzione.

“Oggi – ha affermato Holly Dublin, consulente del Worldwide Found for Nature in Kenya – il principale problema della conservazione in Africa non è più la caccia di frodo, ma il conflitto uomini-animali”. Un conflitto che potrebbe forse ricomporsi se si riuscirà a dar vita a un nuovo equilibrio ecologico ed economico, che porti benefici alle popolazioni locali ma anche alla fauna selvatica. Per questo, probabilmente, in occasione della conferenza di Harare la proibizione totale del commercio dell’avorio è stata rivista: sarà consentito, ma sotto rigorosi controlli, pena l’immediata reintroduzione del bando.

La perdita di territorio selvaggio, in realtà, non è un problema soltanto per gli elefanti. In tutto il mondo, infatti, è responsabile della minacciata estinzione di moltissimi animali. E il rischio incombe su uno degli animali che più hanno affascinato l’immaginario dell’uomo, la tigre. Di questi magnifici felini ne rimangono ormai meno di 6.000 allo stato selvatico, distribuiti nelle zone più inaccessibili e impervie di regioni diverse: da quelle temperate, come la Russia orientale, a quelle tropicali, come il sudest asiatico. Il pericolo più immediato viene dalla caccia di frodo. Il valore economico delle ossa e di altre parti del corpo della tigre, impiegati nella medicina tradizionale orientale, costituisce un ottimo motivo per trasgredire le leggi che la proteggono. Per farsi un’idea, uno scheletro di tigre vale più di quanto un asiatico medio possa guadagnare in 10 anni. Sebbene la tigre goda della massima protezione della Cites, quindi, il suo futuro è incerto. Come lo è quello del giaguaro, il più grosso felino americano, che una volta popolava tutto il continente dal nord dell’Arizona al sud dell’Argentina. Si ignora quanti ne siano ancora in circolazione. Ma l’autorevole Iucn, l’Unione internazionale per la conservazione della natura, che riunisce circa 500 organismi in più di cento paesi e si avvale di circa 1500 esperti di tutto il mondo, la ritiene una specie a rischio. Alla fine degli anni sessanta, prima che la Cites la inserisse nella Appendice I (1975), circa 15.000 pelli di giaguaro erano immesse ogni anno sul mercato, al costo di 20.000 dollari l’una. Dopo il bando, il pericolo è venuto dagli allevatori di bestiame che ne fanno sistematica carneficina. Ultima roccaforte dei giaguari è il bacino amazzonico, dove sopravvivono in frammentate popolazioni. Ma anche qui hanno i giorni contati. Il Venezuela, per esempio, dove la stima più recente segnalava un decennio fa 2500-3000 giaguari, negli ultimi sedici anni ha perso il 28% delle sue foreste, habitat primario di questi animali.

Nella drammatica top ten della Cites troviamo sempre ai primi posti il panda gigante: con soli 1000 esemplari allo stato selvatico in tutta la Cina rischia l’estinzione entro il secolo. Oggi è in primo luogo la mancanza di territori non antropizzati a decretarne il declino, ma in passato era addirittura incentivato il prelievo dei panda dal loro habitat per destinarli agli zoo di tutto il mondo. Oggi, per salvare la specie, si tenta di farli riprodurre in cattività. Raramente però tra i panda che vivono negli zoo o nei centri di ricerca scocca la fatidica scintilla. Il 90% dei maschi risultano poco inclini ad esibirsi in performance amorose e solo il 24% delle femmine ha una gravidanza. E’ tutto il mondo è con il fiato sospeso in attesa del 6 ottobre, data in cui si prevede che la panda Yan Yan dia alla luce, nello zoo di Berlino, un cucciolo. Yan Yan era giunta nel ‘95 in Germania, con “regolare contratto”, per far compagnia e assicurare una discendenza a Bao Bao. Il maschio, però, non ha rivelato un grande trasporto verso la nuova compagna, che, a sua volta, ha mostrato un temperamento poco passionale. Non scoccando la scintilla amorosa, si è ricorsi, nell’aprile scorso, all’inseminazione artificiale. Ora i test lasciano ben sperare anche se Rehinard Goltenboth, il veterinario dello zoo, è molto prudente: potrebbe trattarsi di una gravidanza isterica o di uno squilibrio ormonale. Grazie a questa tecnica, comunque, presso il Giant Panda Protection and Research Center della riserva di Wolong, nella regione cinese di Sichuan, sono nati qualche mese fa ben quattro cuccioli con due parti gemellari.

In totale, l’Appendice I comprende mille specie animali e vegetali. Tra queste, quali tutte le scimmie antropomorfe, i lemuri e alcune scimmie sudamericane e i mammiferi marini, e diverse varietà di rettili, uccelli, pesci. Nel giugno scorso il beluga è stato invece accolto nell’Appendice II, una delle due liste che comprendono specie il cui commercio è regolamentato per evitare sfruttamenti incompatibili con la loro sopravvivenza. L’intelligente cetaceo è infatti cacciato nel Mar Caspio per il suo pregiato caviale, poi venduto al prezzo di 80 dollari l’oncia. Niente da fare invece per lo squalo: non è passata la proposta di inserirlo nella lista. Ogni anno tra i trenta e i cento milioni di esemplari vengono pescati, e altrettanti ne muoiono accidentalmente nelle tonnare e nelle reti dei pescatori di crostacei. La rapida e progressiva scomparsa di questi predatori ha un effetto devastante sull’ecosistema marino. In Australia, per esempio ha causato il proliferare dei polipi e, di conseguenza un rapido declino delle aragoste, loro principali prede.

Secondo la biologa marina Merry Camhi del programma oceanografico statunitense Audubon , intervistata dal settimanale americano “Time”, “alcune specie si estingueranno entro dieci anni”. Possono invece tirare un sospiro di sollievo gli ultimi 2500 rinoceronti bianchi che ancora circolano sul pianeta. Almeno sino al 1999 rimarrà la proibizione di ogni forma di commercio del loro corno, anche se potranno ancora essere catturati vivi per essere spediti verso “destinazioni appropriate, e accettabili”, o essere uccisi da cacciatori ‘sportivi’ per farne bella mostra nel salotto di casa. All’ultima conferenza della Cites la proposta avanzata dal Sudafrica di sospendere il bando del commercio del corno di rinoceronte, in vigore ormai da più di venti anni, è stata respinta grazie a una manciata di voti. Paradossalmente, il corno è ormai per i rinoceronti più un punto debole che un’arma di difesa: ambito ingrediente della medicina tradizionale asiatica per le sue presunte qualità afrodisiache e, si è scoperto di recente, ricercato dall’artigianato yemenita per ricavarvi preziosi manici di pugnali. Il corno è all’origine della caccia spietata che ha ridotto i rinoceronti dai 100.000 esemplari stimati ancora alla fine degli anni settanta ai circa 12.000 attuali.


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