Pietro Greco
La città della scienza. Storia di un sogno a Bagnoli
Bollati Boringhieri, 2006
pp.254, euro 16,00
C’era una volta LA FABBRICA. Tutto maiuscolo perché non potevi riferirti ad altro, lì a Bagnoli. LA FABBRICA era l’Italsider (o Ilva a seconda del periodo), grande stabilimento di produzione di acciaio e ghisa alle porte di Napoli, affacciata sul golfo. Era il simbolo dell’industria sostenuta dallo Stato. La sua fine arrivò bruscamente alla fine degli anni Settanta, con la repentina dismissione della fabbrica, con ristrutturazioni sempre più feroci, e decine di migliaia di operai a casa. Rimane un grande monumento industriale, uno spazio enorme a testimoniare il fallimento di una strategia di sviluppo.
Oggi LA FABBRICA è diventato altro: da città dell’acciaio a città della scienza. Anzi, Città della Scienza. Un progetto che non è solo museo scientifico, ma prende spunto da un’idea di sviluppo, un “modello meridionale” che il fisico Vittorio Silvestrini teorizza e mette in pratica. Si tratta di sfruttare le risorse disponibili: un territorio potenzialmente bellissimo, e la cultura. Diversamente dal modello settentrionale, Silvestrini intendeva creare un circolo virtuoso che potesse diffondere la cultura scientifica verso le forze produttive locali, piuttosto che – come era stato fatto fino ad allora – pensare scienza e tecnologia solo come un volano per la grande industria.
Questo volume è quindi innanzitutto la storia dell’area di Bagnoli dove sorge la Città della scienza: da possibile polo turistico, a sede industriale, quindi museo sui generis. Ma è anche la storia dei musei scientifici (il quarto capitolo), e ancora è riflessione sul ruolo odierno del comunicare la scienza e sulle modalità di trasmissione culturale (il capitolo 6). La portata principale è tuttavia costituita dalla storia della stessa Città della Scienza, questo science centre partenopeo che racchiude in sé le caratteristiche del “museo scientifico di seconda generazione”: “un museo aperto. Abbatte le barriere tra se stesso e il visitatore, non le eleva. […] Lo science centre deve aprirsi per intero alla società. Deve proporsi come luogo d’incontro tra scienziati e cittadini per promuovere la cultura scientifica attraverso una riflessione critica sulla scienza e sul suo rapporto con la società” (p.233)
È il cosiddetto museo “hands on”, dove il visitatore interagisce con ciò che gli viene presentato: lo osserva, lo smonta e lo rimonta, guarda dentro, non si limita ad osservarne la superficie. L’idea forte, oltre quella di informare divertendo, è quella che l’apertura dell’oggetto non deve limitarsi a ciò che è esposto, ma deve riguardare la scienza stessa. Cioè, cercare di spiegare i meccanismi della ricerca, aldilà delle idealizzazioni dello scienziato puro in camice bianco.
Il libro stesso, pur se forse un po’ agiografico, è interessante sotto questo aspetto, e non tace le molte difficoltà incontrate né alcuni errori commessi. Ed è d’altra parte un libro su un’istituzione, ma che parla soprattutto di persone, umane. Uguali, nel bene e nel male, a quelle che la scienza la fanno.





