Un Mar Morto anche su Titano

Lo confermano gli ultimi dati provenienti dalla sonda della Nasa Cassini: l’oceano che si trova all’interno della più grande luna di Saturno, Titano, potrebbe essere salato quanto il nostro Mar Morto. Il risultato è stato ottenuto grazie a un nuovo modello del satellite, descritto in uno studio pubblicato su Icarus, che ha permesso di capire meglio anche la composizione del guscio esterno di ghiaccio che riveste la luna. “Titano continua a dimostrarsi un corpo celeste estremamente affascinante,” ha commentato Linda Spikler del Jet Propulsion Laboratory della Nasa: “E con Cassini, ogni volta che risolviamo un vecchio mistero, ne scopriamo uno nuovo.”

I dati gravitazionali ottenuti suggeriscono che l’oceano di Titano abbia una densità relativamente alta: come quella che avrebbe se fosse composto da acqua salmastra estremamente salata, contenente solfuro, sodio e potassio. “Si tratta di un oceano estremamente salato, per gli standard della Terra,” ha spiegato Giuseppe Mitri, l’italiano primo nome dello studio: “Questa informazione potrebbe cambiare il modo in cui vediamo questo oceano come possibile luogo in cui trovare la vita. Ma le condizioni potrebbero essere state molto diverse in passato.”

I dati provenienti da Cassini mostrano anche che lo spessore della crosta ghiacciata di Titano cambia leggermente in base al luogo in cui ci si trova. Secondo i ricercatori, questo potrebbe essere spiegato ammettendo che la crosta sia rigida, come avverrebbe nel caso in cui l’oceano di Titano si stia lentamente cristallizzando e trasformando in ghiaccio. Questo processo di congelamento, se confermato, avrebbe importanti implicazioni per quanto riguarda l’abitabilità dell’oceano di Titano, in quanto limiterebbe la possibilità di scambio di materiali tra la superficie e l’oceano.

Un’ulteriore conseguenza, secondo la ricerca, sarebbe che qualsiasi emissione di metano nell’atmosfera di Titano dovrebbe avvenire in alcuni hot spots sparpagliati sulla superficie del satellite. L’atmosfera di Titano è composta per circa il 5% da metano: questo significa che deve esserci un processo, localizzato e intermittente, che la rifornisce di gas. “La nostra ricerca suggerisce che cercare segni di emissione di metano sarà difficile con Cassini, e potrebbe richiedere una missione in futuro per trovare fonti di metano localizzate,” ha commentato Jonathan Lunine della Cornell University.

Riferimenti: Icarus doi: 10.1016/j.icarus.2014.03.018 

Credits immagine: NASA/JPL -Caltech/SSI/Univ. of Arizona/G. Mitri/University of Nantes

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