Perché la variante delta è così trasmissibile

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(Foto: geralt via Pixabay)

Ormai è assodato: la variante delta di Sars-Cov-2 è diventata predominante in molti paesi del mondo, compresa l’Italia. Ma se fin da subito i numeri hanno indicato chiaramente quanto facilmente si diffondesse, i meccanismi dietro la sua contagiosità non erano stati ancora indagati. Adesso uno studio in pre-print del Centro per la prevenzione e il controllo delle malattie della provincia di Guangdong, in Cina, ha analizzato le caratteristiche dell’infezione di delta rispetto a quella del ceppo originario del coronavirus. I risultati sembrerebbero spiegare perché la variante sia così contagiosa: chi è affetto dall’ex variante indiana avrebbe una carica virale circa mille volte maggiore rispetto all’originaria, favorendo fenomeni di superdiffusione e ostacolando anche un efficace trattamento dei contagi.


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La situazione in Italia

Apparsa per la prima volta in India alla fine del 2020, la variante delta di Sars-Cov-2 (denominata anche B.1.617.2) è diventata il ceppo prevalente in gran parte del mondo. In Italia, secondo la banca dati internazionale Gisaid, che raccoglie le sequenze depositate del coronavirus, la prevalenza di delta nelle ultime quattro settimane è pari al 72,3%.

Come sottolineato anche dall’ultimo report sul monitoraggio settimanale di Sars-Cov-2 del ministero della Salute, la circolazione di delta è in costante aumento in Italia, rendendola ormai la variante prevalente. Queste ultime settimane, infatti, hanno segnato, in Italia, il sorpasso da parte di delta della variante alfa (B.1.1.7, l’ex variante inglese). Non c’è da stupirsi, considerando che anche in Gran Bretagna ormai questa variante è presente nella quasi totalità dei casi (sempre dai dati Gisaid, la sua prevalenza ammonta al 99,5%).

Secondo i dati del Public Health England delta avrebbe, rispetto ad alfa, una capacità maggiore del 40-60% di trasmettersi da persona a persona (e a sua volta anche la variante alfa risultava più contagiosa del ceppo originario di Sars-Cov-2). Per l’Organizzazione mondiale della sanità, delta è la variante più veloce e più abile a trasmettersi. Lo studio cinese, guidato dall’epidemiologo Jing Lu, ha cercato di spiegare il perché.

Misurare la variante delta

La ricerca (che, ricordiamo, è in pre-print e quindi non è stata ancora sottoposta alla revisione tra pari) ha monitorato 62 persone in quarantena per essere state esposte al coronavirus, tra le prime a essere infettate dal ceppo delta nella Cina continentale. I ricercatori hanno quantificato la loro carica virale (la stima numerica delle particelle virali nell’organismo) ogni giorno, per tutta la durata dell’infezione. Tutto ciò è stato poi confrontato con l’andamento dell’infezione di 63 persone che hanno contratto Sars-Cov-2 nel 2020, prima della diffusione delle varianti.

Secondo i dati derivanti dallo studio, la variante delta si riproduce all’interno dell’organismo in maniera nettamente maggiore rispetto al ceppo originario e anche più velocemente. Se, infatti, nelle persone a contatto con la variante, il virus è stato rilevato dopo quattro giorni dall’esposizione, normalmente chi ha contratto l’infezione nel 2020 aveva una media di sei giorni di incubazione. Inoltre, alcuni individui infettati da delta possedevano anche cariche virali di mille volte superiori (fino a 1.260 volte, per essere precisi) a quelle delle persone infette dal ceppo originario.

Nuove analisi

Sebbene lo studio sia ancora preliminare, secondo diversi scienziati, come Emma Hodcroft dell’Università di Berna in Svizzera e Benjamin Cowling dell’Università di Hong Kong, i dati relativi alla carica virale e ai ridotti tempi di incubazione potrebbero spiegare la trasmissibilità di delta, così elevata rispetto al ceppo originario di Sars-Cov-2, ma anche rispetto alle altre varianti.

In particolare, la presenza di molte più particelle di virus nel tratto respiratorio faciliterebbe di gran lunga i fenomeni di “superdiffusione” (cioè quando una sola persona infetta dal coronavirus ne contagia molte altre), mentre un’incubazione più rapida ostacolerebbe un efficace tracciamento dei contagi.

Il meccanismo proposto, a detta degli esperti, sembrerebbe sensato, ma sono necessari ulteriori studi condotti su ampie popolazioni di contagiati che confermino le differenze tra la variante delta e il ceppo originario di Sars-Cov-2. Differenze che non si fermano solo alla carica virale: non è ancora chiaro, per esempio, quanto contrarre delta causi una malattia più grave o quanto la variante riesca a sfuggire al nostro sistema immunitario. “Il virus ci ha sorpreso”, chiosa Hodcroft, sottolineando l’importanza di proseguire questo tipo di ricerche.

Via: Wired.it

(Credits immagine: geralt via Pixabay)