I diversi saggi raccolti in questo libro sono stati presentati da Eric R. Kandel, neuroscienziato di fama mondiale, in diverse occasioni della sua vita, rielaborati e raccolti in un unico volume. Lo scienziato esplora il complesso di attività cerebrali che vengono stimolate dall’opera d’arte e contribuiscono, per ciò stesso, alla sua comprensione da parte dell’osservatore. Infatti, chi è coinvolto percettivamente ed emotivamente da un’opera d’arte, vi aggiunge necessariamente ricordi, esperienze e stati d’animo indispensabili alla sua fruizione.

Arte viennese e biologia della percezione
Il contributo “da parte dello spettatore” viene valorizzato e messo in evidenza soprattutto dal Modernismo viennese di fine ‘800 che, appoggiandosi alle teorie di Freud, metteva in discussione la realtà cercando in tutti i campi cosa potesse nascondersi sotto le apparenze. Il desiderio di esplorare la mente umana e di riconoscerne le pulsioni consce e inconsce si manifestò nella Vienna del primo Novecento in campi diversi, in gran parte ad opera di intellettuali e artisti di origine ebraica. Su questi presupposti si sviluppa anche una nuova “biologia della percezione” che prende in considerazione raffinate esperienze neurofisiologiche e aspetti patologici, cercando di accedere al funzionamento del cervello correlando esperienze, risultanze cliniche e modalità terapeutiche.
Le basi neurologiche della visione
I saggi di Kandel, da sempre interessato alla complessità delle emozioni suggerite dalla percezione, sviluppano la relazione tra quello che si vede e le interpretazioni generate nel cervello di chi guarda un’opera d’arte; le ricche immagini riportate nel testo permettono al lettore di condividere e approfondire l’acutezza delle sue analisi. Davanti alle opere di quel periodo la sua profonda competenza in neurofisiologia, accompagnata e sostenuta dai contributi in chiave freudiana del neuropsicologo Kris e dello storico dell’arte Gombrich, gli permettono di valorizzare il ruolo dell’inconscio e di semplificare la complessità dei processi mentali presentando al lettore un quadro schematico delle relazioni tra le specifiche aree cerebrali che coordinano diverse funzioni.
I circuiti cerebrali della percezione artistica
Le variazioni di luce che costituiscono le immagini di ciò vediamo, infatti, vengono convertite in impulsi da parte di cellule nervose che rispondono, ciascuna, ad un punto particolare sulla retina. Trasportati dal nervo ottico lungo un complesso percorso, gli impulsi si distribuiscono nelle zone del cervello capaci di elaborarle. Per esempio, la corteccia infero-temporale e l’amigdala sono specificamente coinvolte nella percezione e il riconoscimento dei volti e implicate nella loro rappresentazione tattile, visiva ed emozionale, il solco temporale superiore è responsabile dell’elaborazione e l’analisi dei movimenti, altre aree rispondono alle immagini caricaturali. Sempre rilevante è la funzione dei neuroni-specchio, che si attivano permettendo reazioni empatiche ai diversi stimoli, mentre la teoria della mente è essenziale per riconoscere e interpretare quello che può accadere nella mente di un altro da sé.
L’integrazione multisensoriale e l’esperienza soggettiva
L’interpretazione di ciò che si vede resta sempre un processo soggettivo, a cui l’artista non può avere accesso ma che coinvolge le emozioni e l’esperienza non solo emotiva di chi guarda. Ogni opera d’arte, inoltre, non stimola solo la percezione visiva: è coinvolta infatti la capacità del cervello di coordinare l’integrazione tra sensi diversi, e alla fruizione dell’opera cooperano componenti tattili, a volte anche olfattivi e gustativi.
L’arte viennese: provocazione e inconscio
Per sviluppare la relazione tra chi la produce e chi fruisce dell’opera d’arte, Kandel prende ad esempio i lavori dei più interessanti (e problematici) artisti ebrei vissuti nella Vienna di fine Ottocento. Pittori come Shiele, Klimt, Chagall, Soutine, scrittori come Schnitzler, scultori come Rodin propongono visioni inquietanti, deformate, simboliche della realtà, capaci di turbare l’osservatore mettendo a nudo desideri e pulsioni inconsce, lasciando che le emozioni celate si rivelino alla mente. Shiele e Klimt, per esempio, misero in evidenza la sensualità delle donne e il loro erotismo, allontanandosi dalle tradizionali rappresentazioni di donne angelicate e coinvolgendo emotivamente l’osservatore. Allo stesso modo Soutine riesce a rappresentare la carnalità nelle sue carcasse sanguinolente che evocano inesorabili processi della morte e della decomposizione, e Kokoschka, disegnando adolescenti nudi, ne mette in evidenza aggressività e sensualità.
Comprendere la biologia della mente
Altri saggi del libro affrontano la grande sfida della scienza, quella di comprendere la biologia della mente umana. Brevi schemi aiutano il lettore a ripercorrere i passi che portano, per esempio, al riconoscimento dei soggetti rappresentati. I confronti con esperimenti realizzati con scimmie antropomorfe confermano quali tratti essenziali, in un disegno schematico, possono rappresentare un volto.
Cubismo ed empatia
L’empatia è considerata una componente essenziale della interpretazione e del godimento di un’opera d’arte. Ma che empatia si prova davanti alle opere di Picasso cubista? Il cubismo, sostiene Kandel, permise agli artisti di mostrare, su una superficie bidimensionale, cosa può esistere nella mente inconscia indipendente dal tempo e dallo spazio. Le opere riportate nel testo vengono analizzare in questa chiave, e dimostrano come lo spettatore recepisca le immagini per associazione libera, senza schemi codificati, come risposta a indizi che individua nell’opera (che come scriveva Eco è sempre una opera aperta). Del resto, fin dall’800 si riconoscevano nell’arte due tipi di informazione, una bottom-up, che scaturisce dal funzionamento interno dei circuiti cerebrali, e una top-down, che riguarda le modalità del conoscere, le aspettative, le interpretazioni che si fondano proprio sulle informazioni bottom-up fornite dal cervello. In molte composizioni di Picasso i nostri processi mentali top-down compiono un impegnativo lavoro per trovare significati, spesso disorientandoci: questo conferma l’importanza della parte dell’osservatore nella fruizione di ogni opera d’arte.
Arte astratta e arte figurativa
L’ultimo saggio di Kandel descrive nei particolari un esperimento che tende a misurare le differenze nella esperienza soggettiva di un’opera, proponendo una teoria del livello interpretativo e valutando la distanza psicologica tra il fruitore e l’oggetto d’arte. Si tratta di un lavoro statistico ancora agli inizi, che mette a confronto le reazioni di osservatori davanti ad opere astratte e figurative. I risultati sono da confermare ma lasciano supporre che, mentre l’arte figurativa abbia una portata spazio-temporale più limitata e ristretta, l’arte astratta si collochi ad una maggiore distanza dall’osservatore e, proponendoci situazioni psicologicamente distanti, suggerisca una relazione esclusiva tra elaborazione sensoriale ed elaborazione mnemonica.
Tra regola e interpretazione
In conclusione, Kandel ribadisce come il cervello sempre impieghi regole universali e specializzate per costruire il mondo visivo e le immagini che vediamo in un dipinto. A queste immagini si applicano poi i ricordi e le esperienze individuali che rendono ogni opera diversa per i diversi osservatori. Comprendere queste interazioni resta una delle grandi sfide per la scienza del nostro secolo. Le note e una ricca bibliografia completano il testo.
Credits immagine di copertina: Zalfa Imani su Unsplash





